La pandemia e l'umano che mi conquista

  • Maurizio Baruffaldi

Si è concesso ai professori il tempo per raggiungere i cari. Il personale medico dice: noi però non possiamo. Vero: molte categorie possono; molte non possono. Il virus è democratico nel suo attacco all’umano, le scelte per combatterlo sono però selettive. La nostra utilità alla specie dipende dai momenti. Ma La Cura è sempre in cima a tutto, il resto può attendere. Dilagano opinioni, ci mancherebbe, ma valgono niente. Zero, anche all’ennesima potenza fa sempre zero.

Riflessioni domenicali, uggiose, estemporanee.

Facciamo il pane in casa. Ormai tutti i giorni. Pare sia rito diffuso, da quel marzo seminale. Impasti in un niente, un paio d’ore sotto le coperte, quindi inforni, pochi minuti ed ecco la pagnotta neonata. Farina come borotalco. Profumo d’appetito. Metto il Mi piace con tanto di cuore, a questa riscoperta. Al lievito di birra, lingotto prezioso di pochi centesimi. Al cancelletto mollica.

So d’essere contadino nel profondo.

E anche per questo, la bicicletta mi è fraterna. Stamane, in Corso Buenos Aires, nell’estremo tentativo di conquistare il regalo al parente strettissimo, chiuso in macchina per la pioggia e la figlia passeggera, a passo claudicante di frizione, osservavo le auto parcheggiate sulla pista ciclabile comparsa come un fungo qualche mese fa, e il passaggio delle biciclette dei rider, che consegnano senza sosta in culo al meteo, costrette a rientrare in corsia centrale per schivarle. Io ero su quei sellini, anche se barricato in lamiera. Capisco il disagio di chi non è capace di vivere senza auto, molto meno quello di chi non sa organizzare un parcheggio anticipato, fuori zona. Mentre sono fermo in attesa di un lontano semaforo, sfreccia alla mia destra uno degli amici a pedali con carico cubico in spalla,  e con la mano aperta colpisce al volo lo specchietto di un Range Rover bianco, monumentale, con le doppie frecce, autista seduto dentro. Lo specchietto, grande come un microonde, rientra senza rompersi, mi pare. Un piccolo assalto da battaglia partigiana. Verso quella specie di carro funebre, anche se candido. L’uomo al volante scende. Sto pensando che il ragazzo ha fatto bene, e se questo tizio impreca o bestemmia, glielo dico netto, per rincarare la dose. Lui invece mi guarda con un sorriso benevolo, molto indiano, e alza le spalle, in un modo che potrebbe essere di perdono, ma anche, forse, addirittura, di solidarietà verso il gesto. Quindi prende con delicatezza lo specchietto e con le due mani lo riporta al suo posto, come raddrizzasse un collo. Prima di rientrare in auto mi fa cenno di saluto con una mano. Mantenendo quel sorriso. E tutto il mio sottile rancore svanisce.

È sempre l’umano a conquistarmi.

MAURIZIO BARUFFALDI

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