Il Covid oscura l'Hiv ma nel mondo 38 mln di malati

  • giornata mondiale Aids

La pandemia  del SARS-CoV-2  si è abbattuta come una tempesta nei reparti di malattie infettive degli ospedali, un tornado che non ha risparmiato nemmeno quelli che da 40 anni si occupano di prevenzione e cura dell'Aids e i malati stessi: la tempesta ha reso difficile l'accesso ai servizi dedicati all’HIV che hanno modificato, ridotto o addirittura sospeso le regolari prestazioni; ha ostacolato anche il reperimento e il ritiro dei farmaci  e l'accesso ai test. Lo denunciano le principali associazioni come la Lila e Anlaids, nel giornata mondiale contro l'Aids.Lo ripete anche l'Oms che fornisce gli ultimi numeri aggiornati: circa 38 milioni di persone nel mondo convivono con l’Hiv e nel solo 2019 sono state almeno 1,7milioni le nuove diagnosi. Si continua a morire di cause correlate al virus: nel 2019 le vittime sono state 690mila.

«Le oltre 100mila persone che in Italia vivono con l'Hiv in larga maggioranza lavorano, sono socialmente inserite e affrontano la malattia cronica da cui sono affette con coraggio, sopportando lo stigma ingiustificato di cui sono ancora oggetto - ha detto l'infettivelogo Massimo Galli, durante un incontro online alla vigilia della Giornata mondiale contro l’Aids del 1 dicembre- In quasi tutte le persone con Hiv il trattamento antiretrovirale ha pieno successo. In una minoranza dei casi, tuttavia, il disagio è ancora del tutto evidente, l’emarginazione e la
marginalità pesano, le difficoltà economiche e sociali sono rilevanti, la terapia spesso non è assunta correttamente e lo stigma pesa in misura ancora maggiore. La cronicità della malattia ha quindi due facce: quella della stabilità e quella della precarietà. Entrambe sono messe in crisi dalla pandemia. che ha indotto una rarefazione dei servizi, andando a pesare in modo più negativo ovviamente sulla minoranza dalla cronicità precaria, che ha più necessità di accessi frequenti ai nostri ambulatori, ora necessariamente meno accessibili a tutti».

Allarma anche la sottovalutazione del rischio da parte dei ragazzi.  Un giovane su due non usa il preservativo nei rapporti sessuali. È il dato che emerge da una indagine realizzata da Durex e Skuola.net, su un campione di oltre 15mila giovani tra gli 11 e i 24 anni. I motivi sono spesso legati al contesto sociale: il 67% degli intervistati, infatti, prova vergogna nell’acquistare i preservativi, principalmente a causa di un approccio al tema sempre più precoce e meno consapevole (il 73% afferma di aver avuto il primo rapporto tra i 14 e i 17 anni). Tutto ciò, unito al ruolo storicamente debole delle famiglie (meno del 60% è solito parlarne con i genitori, che solo per il 26% consigliano il condom per la prevenzione dalle infezioni sessualmente trasmesse) e alla scarsa diffusione dei corsi di educazione sessuale sul territorio, sempre più richiesti (il 58% inviterebbe medici o esperti) ma fino ad ora ritenuti scarsamente utili (il 35% ha partecipato a corsi nei quali sono stati affrontati argomenti già conosciuti).  Tutto ciò - precisa il report - comporta una maggiore impreparazione sul tema da parte dei più giovani, che non si rivolgono più agli esperti ma, al contrario, ricorrono a internet come principale fonte di educazione e informazione (il 50% del campione), con il rischio, sempre più alto, di esposizione a fake news e comportamenti sbagliati. Da qui la campagna lanciata da Anlaids #Bastapoco, per diffondere un corretto uso del condom.