Generazione lockdown under 30 pessimisti

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Quasi la metà dei manager e dei Ceo (45%) è convinto che dopo l’emergenza sanitaria il mondo del lavoro sarà migliore di prima, solo poco più di un terzo dei lavoratori (36%) la pensa allo stesso modo, anzi, il 41% di loro crede che alla fine della pandemia la situazione sarà peggiore. Del resto i lavoratori hanno subito in prima persona l’onda d’urto della crisi con stop forzati, cassa integrazione e lavoro a orario ridotto. In particolare, sono i lavoratori della Generazione Z e della X insieme alle donne a essere più pessimisti sul futuro. Emerge da una ricerca condotta a livello globale da Adecco negli Stati Uniti e in Europa intervistando manager e lavoratori di industrie e settori diversi. Per quanto riguarda le priorità un maggiore allineamento si trova nelle aspettative sui cambiamenti a lungo termine, dalla salute e sicurezza sul lavoro, a una maggiore flessibilità, un incremento del lavoro da remoto e uno sviluppo delle competenze. In particolare, l’incremento del lavoro da remoto è il cambiamento più citato dai manager e dalle lavoratrici donne, che apprezzerebbero anche una maggiore flessibilità negli orari e maggior riconoscimento da parte dei datori di lavoro. La ricerca mette in luce come i più pessimisti in assoluto sono due fasce anagrafiche: quella tra i 41 e i 50 anni e quella dai 18 ai 30, già denominata Lockdown generation le cui prospettive di lavoro e il potenziale di guadagno in futuro sono compromessi dalle interruzioni nell'occupazione e nell'istruzione odierne.
Una ricerca di Nibol, una piattaforma di coworking, svela i punti deboli dello smart working. Secondo il sondaggio In cima alla lista, il 30% dei partecipanti ha messo la solitudine in cui si è costretti a lavorare stando a casa. Segue, con il 28% delle preferenze la condivisione
forzata degli spazi di casa: figli che seguono la didattica a distanza, compagne/i in smartworking, animali domestici. La convivenza in una stessa stanza e la condivisione
di computer e connessione internet sono motivo di stress per chi lavora da casa. Per il 20% degli intervistati, lavorare da casa significa perdere completamente il work-life balance: lavorare nello stesso luogo in cui si cucina, ci si rilassa sul divano consente una continua invasione dell’ambito professionale in quello privato e viceversa. Con il rischio di passare l’intera giornata in pigiama o di fare call. C’è poi la questione legata ai costi: per il 12% degli intervistati lavorare da casa è causa di costi extra che non si avrebbero se si lavorasse in ufficio, al bar o in uno spazio di coworking. Infine, per il 10% del panel pesa la sedentarietà Non solo. Stando sempre in casa, la tentazione di aprire la dispensa e trovare qualcosa da sgranocchiare tra una videocall e un’altra, è dietro l’angolo.
Insomma, il lavoro è sì smart, ma non necessariamente da casa. Tanto che molti
utenti della piattaforma hanno anche indicato luoghi preferiti alternativi per il lavoro da remoto: il bar o la seconda casa.

 

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