«Da un piccolo amore possiamo ripartire tutti insieme»

  • Claudio Baglioni

MUSICA Dopo 7 anni Claudio Baglioni torna con un nuovo disco d’inediti “In questa storia che è la mia”. Un album narrazione, in uscita il 4 dicembre, in 5 versioni, dov’è sempre l’amore, nelle sue varie declinazioni, al centro.

«Non pretendo di aver parlato dell’amore che domina – dice il cantautore romano – ma di quello che spesso deve nascondersi perché minacciato dal mondo. Nel dopoguerra, io sono nato nel 1951, la gente si aiutava ed era positiva, vedeva il domani con ottimismo: oggi no. Domina il cinismo, l’individualismo: quindi dobbiamo ripartire da un piccolo amore che germogli, perché da soli non si va da nessuna parte». L’album è un affresco di “50 anni nei quali musica e vita si sono intrecciate”, spiega Baglioni presentando la sua creatura, in attesa dei 12 concerti a Caracalla che dal giugno del 2021 daranno il via ai live.

L'artista apre l’incontro con un ricordo: «Nel 1958 a Centocelle quando arrivava il venditore ambulante di tessuti tutti si radunavano, al suo richiamo: “bambini, donne e mariti, siamo venuti in questa pubblica piazza... perché l’altra era occupata”. Beh, oggi mi sento un po’ così in questa conferenza a distanza».

Claudio, quanto tempo è passato...
«Il tempo? È un avversario micidiale per tutti e vince sempre lui: noi possiamo affiancarlo, ma a un certo punto non ne avremo più. Il vantaggio di questo mestiere è pensare che lasceremo tracce e aprendo l’album canto Ho vissuto per lasciare un segno».

Soddisfatto?
«Ho iniziato per caso nel 1964 a Centocelle e mi ritrovo a fare lo stesso mestiere. Quindi, ho cominciato a crederci, poi pensavo che il successo non sarebbe arrivato e invece... poi che non sarebbe durato, eppure eccomi qui. Ci sono stati dei passaggi a vuoto ma ci sta. Ho inciso dischi e incidere è il mio verbo preferito: incidere nella sfera emotiva, mentale e virtuale di chi ha voglia di ascoltare».

Cantare l’amore in un periodo storico così assurdo...
«Gran parte della mia produzione parla dell’amore che, per quanto gli artisti hanno tentato di scandagliare, ha sempre qualcosa da raccontare, forse perché è il primo piatto quando ci si siede a tavola e anche il secondo e pure il dessert. Ho cercato di pescare tanti momenti di una vicenda amorosa, una ruota gigantesca che mi ha sempre più interessato, forse perché perché ho fatto come i cani: abbaiano alla luna non conoscendola. Oggi più che mai cantare l’amore fa bene per portare la mente e il cuore lontano».

“In un mondo nuovo” lei ci crede?
«È la speranza di sempre, un po’ logora, vecchia militante che ha combattuto per un sogno, come un popolo nuovo che manifesta con i suoi cartelli. Non so se sia un brano ottimista o pessimista il mio, ma vuol essere un invito a fare sogni, non singolarmente, ma al plurale. Bisogna cominciare a guardare non solo nel laghetto del proprio narcisismo. Il mondo è troppo pieno di roba e chi ci arriva fa fatica a infilarsi in qualche pertugio e a volte le aspirazioni si concretizzano nei momenti social».

La musica è...?
«Metafisica: non ha bisogno di un simposio, mentre le parole vengono analizzate. Io ho fatto spesso fatica a mettere insieme parole e musica per questo ho badato più ai suoni e ai fonemi».

Capitolo pandemia.
«Le difficoltà dei lavoratori dello spettacolo sono enormi: è venuto a mancare il 100 per cento del lavoro. È tra i settori più toccati. Conosco le storie personali e le difficoltà di chi lavora o ha lavorato con me: nei miei concerti la famiglia era numerosa, con tante maestranze necessarie a supportare i live».

Cosa si può fare?
«Non ho ricette ma occorre agire subito: dobbiamo provvedere personalmente con sottoscrizioni, e abbiamo creato fondi di sostegno. Troviamo nuove forme per risalire la china: si possono far concerti via streaming e in tv anche se non è uguale».

Tornando all’album, che appare un po’ retrò...
«L’ambientazione è Anni ’70 e predomina la chitarra, ma non è una rivendicazione, solo il proposito di trovare energia e vitalità nella timbrica che fosse riconoscibile. Questo è un disco in costume, un film girato con scene d’epoca precedente, perché le sonorità acustiche-elettriche sono fatte da persone, come si faceva agli inizi degli anni ’70. Tranne l’ultima parte in cui abbiamo lavorato da remoto. Io ho scritto tutto musica e testi, poi lo abbiamo ricongegnato insieme, il ritorno di Danilo Rea al pianoforte... intorno c’è un poderoso organico con due orchestre in 12 note, brano manifesto del disco che è tutto fatto a mano e suonato».

Si torna a Sanremo?
«L’Ariston ha un suo profumo mitico ma non è capiente. Ora non so cosa frulla nella testa dei manovratori del Festival. Io l’ho fatto mettendo le mani avanti dicendo di essere laureato in architettura, se fosse andata male potevo tornare ad esercitare un altro mestiere, invece ne sono uscito sano e salvo. Penso che il Festival si farà, con le dovute cautele. Tornare, sì: c’ero stato 2 volte per prendere un riconoscimento per “Questo piccolo grande amore” e poi da ospite di Fazio, ma non si può uscire papi e tornare cardinali qualcuno mi ha detto, quindi...».

Baglioni e i rapper.
«Hanno elevato la parola quando c’era un po’ di pigrizia cantautoriale... Io ho una sorta di schizofrenia: la musica mi attrae e poi la lascio sedimentare prima di mettere le parole. A volte impiego mesi per trovare quelle giuste. La parola è una scienza esatta e se si riesce a metterla bene in musica allora colpisce e resta. Ci vuole pure un po’ di fortuna».

Baglioni, tra amore romantico ed erotico.
«Ho cercato di sgomitare, negli Anni ’80 e ho scritto album dove non c’era una descrizione di amori... L’amore erotico viene fuori forse a questa età, anche se in passato ho già scritto canzoni dove si dà, come faccio in “Pioggia blu” e “Quello che sarà di noi”, più spazio al lato erotico. In quest’ultima poi emerge la paura di amare perché non si ha il coraggio di affrontare l’amore. “Pioggia blu” descrive un po’ il momento che stiamo vivendo: una cosa che speriamo passi il prima possibile, ma che rinforza l’unione, il noi, nelle difficoltà».

Un po’ di nostalgia del passato?
«Ho superato anche i 50 anni di carriera, ho iniziato molto piccolo, ma più che nostalgia da parte mia c’è la voglia di ricordare certe cose. Insomma, si ha un po’ meno da dire con gli anni, ma si cerca di dirlo meglio. Io sento di aver fatto un buon lavoro, anche se ci sono 20 cose che vorrei già rifare perché imperfette, ma avevo urgenza di finire il disco ed era difficile scegliere cosa lasciar fuori. Più che nostalgia la mia è voglia di mettere un punto e fermare il tempo o sottolinearlo».

Claudio e il lockdown.
«Sono figlio unico e mia madre, sarta, era una mamma chioccia prudente: ho iniziato a giocare nel cortile tardi con gl altri bambini. Avevo gli occhiali e me li spaccavano sempre giocando, non per bullismo. Quindi sono abituato alla solitudine. La mia vita personale non è cambiata molto, ero già abituato a non uscire la sera, ma il covid ha fermato il lavoro. Anche la mia composizione si è fermata: questa vicenda così incerta e irreale e confusa mi ha bloccato 3-4 mesi e ho pensato che non avrei finito il disco, invece... Comunque sarebbe un disastro, una bestemmia se, al di là dei lutti, non sapremo prendere il meglio da questa esperienza: non chiedo un mondo nuovo, ma bisognerebbe lavorare di più sulla trasformazione. Io me la cavo comunque, ho fatto tanto negli anni, ma non so gli altri...».

ORIETTA CICCHINELLI

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