L'avversario si batte con l'arma della gentilezza

  • libri/Gianrico Carofiglio

Come si fa a restare gentili, in un mondo dove discutere significa tirarsi le sedie come avviene in tv – anche tra esperti - o riempiendosi di insulti come capita sui social? Nell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio “Della gentilezza e del coraggio” (Feltrinelli, euro 14) trovi la saggezza di un corso di arti marziali, dove, senza spargere sangue, si può mettere al tappeto, gentilmente ma con fermezza, chi ci getta addosso provocazioni e aggressività.  

Oggi la gentilezza appare un’utopia. Dovunque ci sono risse. Non è che si può sempre porgere l’altra guancia.
«Ma non è questo che bisogna fare! Dai negazionisti del coronavirus a chi dà tutta la colpa dei mali dell’Italia agli immigrati ci sono persone che giocano in modo scorretto. Bisogna imparare dei trucchi per tenere la nostra posizione e farli entrare in contraddizione».

La sua arma segreta?
«Guardare la scena dal di fuori, in questo modo svanisce la rabbia. Lucidità di pensiero e forza dei nostri argomenti sono lo scudo più grande contro la barbarie».  

In primavera la pandemia aveva scatenato la paura. Oggi la rabbia.
«È stato inquinato tutto da un atteggiamento simile al consiglio che Donald Trump ha sempre dato ai suoi collaboratori: “argomenti deboli, gridare forte”. Il volume e la volgarità del dibattito è inversamente proporzionale alla qualità degli argomenti».

La gentilezza a che cosa ci serve?
«È un modo per combattere dando per scontato che il conflitto è ineliminabile. Questo non significa accettare acriticamente il punto di vista di un altro o sottrarsi allo scontro ma accettarlo in una chiave non distruttiva».

Una tecnica efficace?
«Impostare una discussione con chiunque con la semplice regola che uno può replicare solo dopo aver riassunto quello che ci ha detto l’altro».

ANTONELLA FIORI

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