Dolche: «In Exotic Diorama c'è tutta me stessa»

  • Dolche Exotic Diorama

MUSICA Cantautrice e polistrumentista italo-francese (valdostana, romana d’adozione), Dolche, all’anagrafe Christine Herin, che ha collaborato con artisti di fama – dal sassofonista Maceo Parker, al chitarrista Marc Ribot al dottore musicista Usa Neal Barnard, e poi Arisa e Paola Turci – ha da poco pubblicato il suo nuovo album d’inediti “Exotic Diorama”. Ogni brano, come nei diorami del National Museum of Natural History di NY, un quadro, un mondo a sé (da qui il titolo dell'album).  

Dolche, nelle 12 tracce (insieme brano strumentale introduttivo e la cover Psyco Killer), dal sound eclettico, affronta diverse tematiche a lei  care da sempre: si parla di violenza di genere e sulle donne. Come nasce il disco?
«Come un fungo o il baccello di un fagiolo. Non c’era prima e all’improvviso ti giri e c’è, è innegabile. Certo ci sono anche tutte le condizioni perché questo sia avvenuto. 15 anni di lavoro alle spalle, cura e nutrimento, ma c’è anche questa forza imprescindibile che mi ha fatto rinascere con una nuova forma più potente e più libera. Dolche sono io in ogni sfaccettatura: cantare in lingue diverse, navigare tra vari generi, usare tantissimi strumenti anche rari, affrontare temi che mi stanno più a cuore (l’amore, la natura, i diritti umani, lgbtq+ e delle donne), sfidare le convenzioni...questo è nella mia musica e parla di me».

Lei canta in inglese, francese, italiano, tra suoni e atmosfere diverse: ma in quale dizionario è più a suo agio? 
«Le lingue per me sono uno strumento incredibile, un po’ come la musica. Io stessa sono bilingue: nella mia regione di origine impariamo a scuola sia il francese che l’italiano (oltre a un dialetto franco-provenzale locale che assomiglia a una terza lingua!). Poi viaggiando molto per lavoro ho iniziato a masticare l’inglese e lo spagnolo, a volte sbagliando, ma poco importa. Perché la comunicazione è più importante della lingua in sé. E alcuni concetti e suoni sono più naturali in una lingua che in un’altra. Quando compongo i testi li penso in francese. Quando compongo la musica a volte penso in inglese. Ma quando parlo d’amore lo faccio in italiano. In una canzone canto anche frasi in cinese, arabo e giapponese...sembra una follia ma in realtà neanche te ne accorgi. Perché il messaggio passa attraverso tanti canali, musicale, linguistico, ritmico, e tutti insieme fanno l’emozione della canzone».

Quanto c’è di emotivo nella scelta della lingua?
«La scelta è spontanea. A volte canticchio in una lingua inesistente che “suona” come l’inglese... Poi quando mi metto a comporre i testi è un bell’equilibrio tra significati e musica. Ho scelto di usare molto l’inglese in questo album perché, anche se non mi sento padrona della lingua e dei suoi suoni, volevo che la mia musica si potesse muovere il più liberamente nel mondo portando i messaggi che ritengo importanti».

L’abbiamo conosciuta Naif, ora ha cambiato il suo nome in Dolche, come mai?
«Per necessità di evolvere più che di rompere col passato. Sono uno spirito creativo. Il mio bagaglio di esperienze musicali è sempre presente in me. Ma è cambiato nel tempo, si è arricchito con quel che mi è successo, con i nuovi sapori che ho assaggiato, i paesaggi che ho scoperto allargando i miei confini. Tutti cambiamo e viviamo tante vite dentro la nostra vita. Amori diversi ci accompagnano. Senza mai fermarsi la vita ti scolpisce pian piano e ci sono momenti, come quello in cui ho deciso la nascita di Dolche, in cui un processo lento e lungo si catalizza in poco tempo e ti vedi risplendere di una luce nuova, come una lucertola che ha cambiato pelle e scatta, verdissima e lucente, nel sole».

Lei è in dolce attesa (tanti auguri!) e insieme a sua moglie preferisce non conoscere il sesso del nascituro: per portare avanti una gravidanza no gender... Coraggioso, visto i tempi.
«Sì, e per questo riscriverei la stessa frase con un bel punto esclamativo. “Coraggioso visti i tempi!”. Bisogna parlare di quel che sta accadendo di sbagliato nel mondo e nel nostro paese. Anche Papa Francesco ci ha dato un bell’esempio di questo coraggio giorni fa, affermando che le persone omosessuali hanno il diritto di avere una famiglia. Qui in Italia i populismi hanno parola facile, troppo. Spingono a convincere le persone che se non ci sono i bagni per le femmine e i bagni per i maschi, allora sarà il caos e le povere bambine saranno predate dai maschi o dai trans quando cercano di andare  ad espletare i bisogni. Ma in Italia nella maggior parte dei bar c’è un bagno solo. Si sta in fila maschi e femmine e non muore nessuno. Noi siamo cresciuti gestendo le nostre differenze senza bisogno di aver timore di quelle degli altri. Quindi mia moglie e io abbiamo deciso di gridare a gran voce che non vogliamo sapere di che sesso sia nostro figlio/a, non perché non ci interessa o perché facciamo all’antica, ma perché  abbiamo scoperto che nella vita queste definizioni portano, soprattutto in un paese come il nostro in cui vengono strumentalizzate in modo violento dalla politica, troppi preconcetti. Se mia figlia odierà il rosa devo scoprirlo col tempo. Devo offrirle tutte le possibilità perché possa scegliere nel modo che le viene più naturale. Se mio figlio si sentirà a disagio quando alcuni amici faranno commenti sessisti, non dovrà aver paura di essere ridicolizzato. Se noi per primi ancor prima che queste persone nascano imponiamo loro una serie di pregiudizi culturali, rendiamo più difficile lo sviluppo libero della personalità. Io ho giocato con le fionde e le barbie, ho sposato un uomo e poi una donna. Definitemi in mille modi, ma ce n’è davvero bisogno? Io so chi sono, basta parlare con me per conoscermi, non leggere le etichette sociali che mi si possono attribuire».

Come ha affrontato il lockdown? E come vive le limitazioni imposte dal Covid?
«Mi è mancata la natura più di tutto. Nei momenti estremi ti rendi conto di quel che davvero conta di più per te. Per me che, come puoi immaginare, vivo le difficoltà che tutti i lavoratori del mondo dello spettacolo stanno affrontando da quasi un anno, che sto per partorire un figlio in un momento in cui le ambulanze fanno la fila fuori dagli ospedali perché sono al collasso, e in cui ogni momento temo di dover chiedere un prestito per poter affrontare le spese che una nascita porta con sé, quel che più è mancato e mi ha messa in difficoltà è stata l’impossibilità di camminare all’aria aperta. Il nostro pianeta, in soli 2 mesi ha pulito i suoi fiumi e i mari, ha rigenerato l’aria chiudendo il buco dell’ozono, ha ripopolato di animali le acque e la terra. Questo è quel che tutti dovremmo davvero portarci dentro. Tutto il resto passa. Ma se facciamo nascere e crescere figli in un mondo malato terminale non ci sarà più una natura nella quale passeggiare o farsi una nuotata. Questo sarà il vero lockdown».

Quanto le manca l’esperienza live?
«Da morire! La musica è divisa in due: chi la suona e chi l’ascolta. Le due cose sono sempre andate insieme, per millenni, prima che si inventassero i modi di registrare i suoni e riprodurli meccanicamente. L’esperienza condivisa della musica è un’esperienza di entrambe, musicisti e ascoltatori e gli uni hanno bisogno degli altri. Io poi sono un’animale da palcoscenico, adoro lo show oltre che la performance musicale. Lo spettacolo che solo il pubblico riesce a ispirare! Ora piango...ahahah!».

Secondo lei torneremo ai grandi concerti, alla dimensione stadio?
«Con un vaccino sì. Ma ci vorranno molti anni. Nel frattempo, ci inventeremo altri modi per far vivere lo spettacolo».

 

 

ORIETTA CICCHINELLI