La fila, nuova immagine di questa pandemia

  • Maurizio Baruffaldi

Posteggio fuori dal mio ospedale di riferimento, con la mia bella impegnativa per un esame del sangue di routine. 
Vedo una fila che parte dal lontano ingresso  e si allunga fin sotto la pioggia, supera il parcheggio delle auto, sfocia sul marciapiede. Faccio uno stupido e inutile conteggio approssimativo sul quanti sono e quanto tempo, e decido di tornare indietro. 
Per fortuna commento sconsolato la mia rinuncia, perchè da sotto un ombrello una signora mi informa che per gli esami e le visite di sempre (quelle del tempo di pace) c’è un’altra fila, di fianco, molto più corta. La ringrazio tanto. La mia fila è di due persone, e quasi vergognandomi del privilegio mi faccio sparare in fronte dal sanitario in total white. Vado alla mia sala, tocco per il numerino, mi siedo nel posto possibile, uno su tre, e aspetto il mio turno sbirciando i due monitor con la sequenza di codici. E penso a quando toccherà anche a me fare quella fila lì, dei tamponi. Che mi spaventa come il Covid. 
Perché è la nuova immagine di questa pandemia. Una fila che arriva tardi, male, in affanno. Con una fetta di italiani che è passata dal canto dell’inno al balconcino, col core in mano, a varie disperazioni, d’azione e di pensiero: sbracare, minimizzare, predicare, cagarsi addosso, negare. L’ultimo verbo farebbe ridere, se non avesse svariati adepti. 
Questo gommino è un terrorista imprendibile. Non ha obiettivi specifici: dal paranoico al cialtronissimo, per lui siamo tutti Casa. E anche il più grande dei pirla dovrebbe capire che serve quella roba che si potrebbe stancamente dire Unità Nazionale. Sia chiaro: non ce n’è uno che non abbia fatto o detto cazzate monumentali. E il “non fatto” è lampante e fa prudere le mani. 
Ma tutto questo sta scivolando nell’ultimo verbo, l’irreversibile: odiare. Ognuno il suo capro espiatorio, la sua bandiera stracciata e ignorante. Non possiamo permettercelo. Non dobbiamo.

MAURIZIO BARUFFALDI

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