Inferno Amazzonia in agosto già 10mila roghi

L’Amazzonia brucia: da inizio agosto sono già stati registrati 10.136 incendi. Lo riferisce Greenpeace, che denuncia la “risposta inefficiente” del presidente Jair Bolsonaro, mentre il Brasile è alle prese con la pandemia di Covid-19, secondo Paese al mondo per numero di contagi.     Già nell’estate 2019 la devastazione dell’Amazzonia, secondo polmone verde del pianeta, era stato motivo di preoccupazione mondiale e di tensioni diplomatiche tra il controverso presidente brasiliano di estrema destra e alcuni suoi omologhi, in primis il francese Emmanuel Macron, mentrr non sono mancate dure critiche e iniziative di protesta da parte di celebrità come, tra gli altri, Leonardo Di Caprio.    Il 2020 si preannuncia, se possibile, come ancora più drammatico: i dati governativi analizzati da Greenpeace evidenziano un aumento degli incendi dell’81% nelle riserve federali rispetto all’anno precedente. “Non c’è da stupirsi se abbiamo più fuochi dello scorso anno. E’ il risultato diretto della totale assenza di politica ambientale del governo”, ha detto Romulo Batista, storico attivista dell’ong in Brasile, alludendo anche all’assegno in bianco dell’esecutivo alle multinazionali che sfruttano indiscriminatamente le risorse naturali della foresta amazzonica. 

Fuochi. Il mese scorso il governo ha decretato un divieto di accendere fuochi della durata di 120 giorni, sia in Amazzonia che nel Pantanal, ma evidentemente il provvedimento non è stato dissuasivo. Come unica risposta ai dati allarmanti diffusi da organizzazioni ambientaliste, Bolsonaro li ha bollati come “menzogne”, negando ancora una volta l’emergenza incendi. Stessa accusa mossa nei confronti dell’Istituto di ricerca spaziale brasiliano (Inpe), che a luglio ha registrato una crescita dei fuochi del 28% rispetto al 2019.   Da parte sua il vice presidente, il generale Hamilton Mourão, difende la politica ambientale del governo, che a maggio ha lanciato una costosa operazione militare – ‘Operazione Brasile Verde 2’ – da lui stesso diretta. Secondo il ministero della Difesa, le decine di migliaia di soldati dispiegati nelle aree a rischio hanno già sequestrato più di 28 mila metri cubi di legno e incassato multe per un valore di circa 613 mila euro. “E’ solo propaganda. Non combatti la deforestazione con una operazione dell’esercito, ma lo fai lavorando durante tutto l’anno, con intelligenza e in modo coordinato”, controbatte Batista di Greenpeace.

Amazzonia. Durante la stagione secca i residenti in Amazzonia bruciano la terra per ripulirla o incendiano alberi inutilizzabili dopo aver prelevato i legnami più pregiati, pratiche diffuse da sempre. Il problema insorge quando ad essere incendiate illegalmente sono vaste porzioni di foresta che poi vengono trasformate in pascoli o zone di coltura di soia. Secondo Greenpeace l’allevamento intensivo di bestiame, per lo più destinato all’esportazione, è responsabile dell’80% della deforestazione dei territori amazzonici brasiliani.    Ieri i vertici di Itaú Unibanco hanno annunciato che non concederanno finanziamenti alle società di produzione di carne responsabili del disboscamento dell’Amazzonia, identificate grazie ad una procedura di tracciabilità del bestiame poi macellato. “Non è una questione ideologica. Quando non hai una politica chiara su questo punto, comprometti quelle società. Perdi valore e anche il Paese ne perde” ha sottolineato Marina Grossi, presidente di Itaú Unibanco, membro del Consiglio aziendale brasiliano per lo sviluppo sostenibile (Cebds) che sta dando filo da torcere a Bolsonaro e ai suoi.

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