Hormuz, nuova sfida Iran Bloccata altra petroliera

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Nello Stretto di Hormuz le forze armate dell'Iran hanno bloccato di nuovo una petroliera. Lo hanno riferito a condizioni di anonimato fonti militari statunitensi all'Ap, ripresa da diversi media.   In sostanza, la Marina di Teheran avrebbe fermato la nave "MV Wila", la cui ultima posizione si trovava davanti alla costa orientale degli Emirati arabi unita, per circa cinque ore, per poi rilasciarla ieri sera. La petroliera, così la fonte, non ha inviato segnali di SOS né durante, né dopo il proprio fermo. Il comando delle Forze armate Usa per il Medio Oriente ha pubblicato un video, in bianco e nero, nella quale si vedono unità speciali che si fanno calare sulla nave da un elicottero: si tratterebbe di un velivolo del tipo Sikorsky SH-3 Sea King, utilizzato solo dalla Marina iraniana.  Le forze armate statunitensi hanno confermato che la Marina iraniana ha bloccato una petroliera nello Stretto di Hormuz. "Oggi, in acque internazionali, le forze iraniane, comprese due navi e un elicottero iraniano del tipo Sea King, hanno raggiunto e abbordato una nave chiamata "Qila": lo afferma Centcom, ossia il comando centrale degli Stati Uniti, su Twitter.    Nel messaggio è postato anche un video in bianco e nero nel quale si vede un elicottero sopra l'imbarcazione, con quelli che appaiono essere militare calarsi sul ponte della petroliera. A quanto afferma Bloomberg, la nave era posizionata nei pressi dello Stretto di Hormuz - un passaggio cruciale per un terzo delle forniture di petrolio - dopo aver battuto rotta lungo la costa orientale degli Emirati arabi.  Sempre a detta di Bloomberg, il vascello batte bandiera liberiana ed a luglio aveva attraccato nei pressi di Bassora, in Iraq.

Usa-Iran. Nel corso dell'ultimo anno, non sono mancati gli incidenti tra Stati Uniti e Iran nelle acque del Golfo: le tensioni sono state particolarmente alte quando nel luglio del 2019, le Guardie della rivoluzione iraniane avevano sequestrato la petroliera britannica Stena Impero. Ma sono almeno altre sei le navi bloccate da Teheran nel corso dell'anno, sempre con l'accusa di traffico di carburante. La nuova escalation di tensioni tra i due Paesi è iniziata nel 2018, dopo che il presidente americano Donald Trump aveva annunciato il ritiro unilaterale degli Usa dall'accordo sul programma nucleare iraniano, tornando ad imporre sanzioni economico sul Paese degli ayatollah.

Hormuz. Tornano dunque le tensioni nello Stretto di Hormuz, la principale arteria del mercato petrolifero mondiale. Attraverso il braccio di mare che separa il Golfo Persico dal Golfo dell'Oman passa oltre il 20% delle forniture petrolifere mondiali e una sua chiusura è la rappresaglia che l'Iran evoca ogni volta che i suoi avversari minacciano un'iniziativa militare o un inasprimento delle sanzioni. Uno scenario materializzatosi con forza nel giugno 2019, quando due petroliere giapponesi finirono in fiamme dopo un misterioso attacco. Un episodio la cui dinamica non è mai stata chiarita (Washington e Tokyo fornirono versioni dei fatti contrastanti), così come non lo fu quella del sabotaggio di due navi cisterna saudite che era stato denunciato da Riad il mese precedente.      Il punto più stretto del canale è largo 33 chilometri ma sono larghe appena tre chilometri le "autostrade del mare" effettive dove passano ogni anno migliaia di petroliere. Le imbarcazioni più grandi sono quindi costrette spesso a passare per le acque territoriali iraniane, il che rende il canale facilmente controllabile. È questo che consentì al generale iraniano Mohammed Bagheri di replicare all'uscita di Washington dall'accordo sul nucleare affermando che "se il nostro petrolio non verrà consegnato attraverso lo Stretto di Hormuz, nemmeno quelle delle altre nazioni passerà". Nello stretto confluiscono traffici provenienti dai maggiori Stati produttori della regione. Oltre all'Iran, l'arcinemica Arabia Saudita, gli Emirati, il Kuwait, l'Iraq, il Bahrein, il Qatar. Ogni giorno il canale è attraversato da una media di 14 petroliere con a bordo 17,4 milioni di barili di petrolio. Una cifra che è pari a oltre un quinto delle forniture petrolifere mondiali e a oltre un terzo di quelle trasportate via mare. E con la crescita del mercato del Gas Naturale Liquefatto, di cui il Qatar è il maggior esportatore mondiale, l'area non ha fatto che diventare ancora più nevralgica.     Va inoltre sottolineato che l'80% del petrolio che esce dallo stretto è diretto verso i mercati asiatici. Ciò fa comprendere perché, in seguito all'incidente del giugno 2019, la Cina e il Giappone, che pure era stato colpito direttamente, fecero tutto quanto era in loro potere per calmare le acque. Un'escalation avrebbe avuto un effetto pesantissimo sulle loro economie. Per l'Energy Information  Administration, divisione di informazione e analisi del dipartimento dell'Energia americano, lo stretto è il peggiore "collo di bottiglia" mondiale. Più delicato dello Stretto di Malacca, dove passano 16 milioni di barili al giorno, o del Canale di Suez, 5 milioni di barili. E per gli assicuratori mondiali, scrive Bloomberg, lo snodo non è più stato così instabile dal 2005, ovvero dai tempi della guerra in Iraq. E neanche il caos seguito all'invasione americana del Paese arabo fu il momento più difficile.   Negli anni '80, durante la guerra tra Iran e Iraq, furono 451 le imbarcazioni che, secondo dati del Naval Institute statunitense, furono vittima di un attacco, con responsabilità equamente condivise tra i due Stati belligeranti. Una situazione che portò gli Usa a intervenire con la loro Marina, che iniziò a scortare le petroliere attraverso il Golfo Persico. Ripetere un'operazione simile sarebbe estremamente costoso, e costringerebbe la Casa Bianca a chiedere il sostegno degli alleati.

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