«Chi non denuncia l’abuso ne diventa complice»

  • Roma

ROMA Ha gli occhi grandi, di un verde profondo. Sono rimasti gli stessi di quando aveva 12 anni. Oggi di anni ne ha 31, lavora come logopedista in un centro specializzato, convive con il suo fidanzato e due cagnoline, Maya e Mela. Per arrivare a questo ha dovuto pagare un conto salato alla vita. Quella vita che la vedeva come una bambina felice, in casa con mamma e papà. Lui era il suo idolo. Lei la sua principessa. Almeno fino a quando non ha cominciato a crescere. Poi lui è diventato il carnefice. Lei, la sua vittima.

Carlotta Benedetta Bragaglia racconta nel suo libro “Qui nella penombra” le molestie e le violenze sessuali e psicologiche subìte dal padre per sei anni. Il dolore che diventa abitudine e, in quanto tale, “normalità”: era diventato “normale” per lei sottostare ai desideri del suo carnefice finché ha deciso di pagare il conto, denunciarlo e portarsi via il resto della sua vita.

Vorrei fare con lei un viaggio a ritroso nel tempo, partendo da come oggi lei vive il suo rapporto con gli uomini.
«È un rapporto piuttosto normale anche se è difficile definire la normalità. Non mi fa paura un uomo o una donna: mi fanno paura le persone false, a prescindere dal sesso».

Suo padre è morto due anni fa: cosa sente oggi nei suoi confronti? 
«Ovviamente sono incazzata, delusa, amareggiata. Verso chi sceglie una strada che fa solo del male a sé e agli altri, che porta alla solitudine e alla morte provo molta pena. Se ripenso a lui sento ancora molta rabbia».

Cosa c’è dietro questa rabbia? 
«Una profonda delusione. Lui era mio padre, avrebbe dovuto proteggermi. Invece ha usato l’amore che io provavo nei suoi confronti a suo piacimento. Non gli bastava l’amore che gli davo come figlia? Aveva anche bisogno del sesso? Non era solo l’abuso sessuale: il corpo si risana. Era l’abuso sulla mia anima e sul mio cervello».

Se la sente di raccontarcelo? 
«Avevo 12 anni. Lui, piano piano, mi ha fatto credere che la società limitasse il libero pensiero e vivesse di tabù. Mi ripeteva sempre che io ero una mente superiore e che mi avrebbe salvato: dovevo solo fidarmi di lui. La “stia”, la chiamava lui: dovevo liberarmi dalla “stia” che ingabbia la mente. E dovevo superare il tabù più grande, l’incesto. Gli altri, poi, sarebbero crollati da soli. Però dovevo mantenere il segreto. All’inizio furono carezze più calde e profonde che comunque l’istinto di una bambina sentiva che non erano “giuste”. Poi arrivò il resto: il primo bacio, il primo rapporto sessuale. Lui mi aveva convinto che quello che facevo era giusto: ero un essere superiore e dovevo uscire dalla “stia”. Una volta provai a parlare con mia madre soltanto delle carezze che lui mi riservava, ma finì con una lite furiosa tra loro due. Mio padre continuava a ripetermi che la colpa era mia, che io ero responsabile di quell’atmosfera tesa in casa. “Vedi che succede, se ne parli?”, urlava. Non ho più detto nulla per proteggere la mia famiglia. E ho cominciato a morire dentro».

Qual è stata la molla che l’ha portata a dire “basta”? 
«Accumulavo paura e stress e i risultati dell’uscita da questa “stia” non arrivavano. Se liberandomi dovevo star bene, perché allora stavo così male? Lo chiesi a lui e mi rispose che dovevo aspettare uno scatto mentale: sarei stata libera quando avessi deciso di volerlo fare di mia spontanea volontà. Allora capii che non avevo più scampo».

Cosa fece? 
«Ne parlai con la psicologa della scuola inventando una bugia: le dissi che ero stata violentata da un amico quando ero più piccola. Avevo 18 anni. Ma lei non ci cascò e mi fece dire la verità. Tutt’ora ho ricordi molto confusi di quel periodo. Ne parlai poi con la mia professoressa d’italiano e con le assistenti sociali».

In quel periodo lei viveva ancora con suo padre? 
«Sì, ma cominciavo a rifiutare di concedermi. Cominciavo a capire che il mio “no” aveva una voce. Più lo ripetevo quel “no”, più acquistava forza. Sarebbe stata la mia ancora di salvezza assieme al supporto e alla presenza di tutte quelle persone che non hanno ignorato i miei segnali di richiesta di aiuto e che si sono schierate al mio fianco per cercare di capire cosa stesse succedendo».

Sua madre si accorse di quei “no”? 
«Avvertiva che c’era qualcosa che non andava, ma non sapeva dargli un nome. Ad ogni mio “no” seguivano liti furibonde in casa. Me ne andai e tornai solo per raccontare tutto a mia madre. Lui però l’aveva già “preparata”. Era una donna fragile con l’immagine della famiglia felice in testa. Una realtà del genere per lei era inconcepibile. Proprio come lo è per molti. Perché non ne parliamo? A volte veniamo anche presi per matti. E allora, meglio il silenzio».

Davvero meglio il silenzio?
«Certo che no. L’abuso reale, la vera violenza non la subisce il fisico, ma la mente. Chi vive queste realtà spesso ama e odia contemporaneamente il proprio carnefice: la parte di noi che lo ama porta a proteggere e a giustificare anche le più terribili azioni; la parte che lo odia ci porta a vivere intensi sensi di colpa perché rinneghiamo l’amore di chi amiamo.  Arrivi a sentirti una traditrice, addossandoti ogni responsabilità di quel dolore. È un circolo vizioso dal quale è difficile uscire, per questo non ne parliamo, viviamo in un limbo».

Lei poi denunciò suo padre. 
«Le assistenti sociali volevano farlo, ma ho chiesto loro di poterlo fare io anche se ancora in qualche modo volevo proteggerlo. Ho pagato un caro prezzo: mia madre è morta per il tumore che la stava divorando. Il dolore di quella scoperta fu per lei il colpo di grazia. È stato difficilissimo. Ho avuto talmente tanta paura che piuttosto sarei morta io. Però l’unico modo per proteggere chi ami e anche te stessa è dire “no”, fanculo. Se non lo facciamo diventiamo noi complici. In questi casi anche il silenzio è violenza».

Cosa è successo a suo padre dopo la denuncia?
«L’ho denunciato nel 2007. Fu condannato in prima istanza a 7 anni e 3 mesi, pena poi ridotta a 6 anni e 4 mesi. Prima della sentenza se ne andò di casa: ricordo che lo salutai chiedendogli scusa. Ancora mi teneva in pugno. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto. Avevo di tanto in tanto sue notizie da mia madre. Andò in prigione dopo oltre 3 anni dalla sentenza e rimase in carcere per un paio d’anni. Morì per un tumore al pancreas».

Il titolo del suo libro è “Qui nella penombra”. Come sta adesso al sole? 
«So che dagli incubi non mi libererò mai del tutto, come chi torna dalla guerra. Sto imparando a conviverci e imparerò a perdonarmi. Ma di sicuro non farò finta che nulla sia accaduto. Chi vive una situazione di abuso dei segnali li manda sempre. Il problema è che le persone che ti circondano non li captano, non sanno riconoscerli; oppure, se li avvertono, tendono ad ignorarli girando lo sguardo perché è troppo terribile anche solo immaginare quella realtà. È fondamentale imparare a dire “no” per chi è vittima, tanto quanto è essenziale, per chi è al di fuori, riconoscere, capire e non girare lo sguardo. La luce la trovo ogni volta che mi circondo di persone che mi capiscono e che mi accettano per quella che sono, amandomi sinceramente». 

PATRIZIA PERTUSO

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