Renato Pozzetto, a 80 anni la vita "l'è sempre bela"

  • INTERVISTA

Mentre squilla il telefono di Renato Pozzetto, che proprio oggi compirà 80 anni, penso che alcuni artisti in fondo non abbiano età. Come se il loro tempo fosse stato trattenuto ed imprigionato per sempre dallo schermo. E Renato Pozzetto, se dovessi chiudere gli occhi, avrebbe per sempre la faccia del “Il ragazzo di campagna”.  Poi però succede una cosa: lui risponde. 
«Pronto?»

Buonasera signor Pozzetto, sono un giornalista, forse il milionesimo che la chiama per i suoi 80 anni…
Appunto, sì.

Se lo faccia chiedere: la vita “l’è ancora bela” per un monumento del nostro cinema come lei? 
Beh, sì, abbastanza. Anche se è stato un anno molto particolare, con questa storia del Covid.

Comunque ho letto che sta per tornare sul set, interpretando Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio
Sì sì, è un film di Pupi Avati, un bel progetto. Si chiama “Lei mi parla ancora”.

Ma i suoi nipotini sanno chi è il loro nonno per il resto d’Italia?
Ai miei nipotini non gliene frega niente. Sono tornati oggi, erano al mare, sono giovani ed hanno la loro vita da ragazzi.

Si può dire che lei sia stato uno spartiacque? Prima esisteva solo la scuola dei comici romani, poi arriva lei e “Taaaac”, “ E la Madonna”….
Non credo, sa. La vera rottura nel nostro mestiere è stato il cabaret. Prima di allora, sia per noi che per i romani c’era un altro mondo: il teatro, la rivista.

E quindi se le dico la parola “Derby” lei a cosa pensa?
Penso al nostro gruppo, io, Cochi, Jannacci, Lino Toffolo, Felice Andreani, Bruno Lauzi. Siamo andati in un teatrino, in una cantina, ed abbiamo coltivato il piacere di incontrare il pubblico. Abbiamo avuto fortuna, ecco.

Si può dire che il cinema però l’abbia “separata” da Cochi (Ponzoni, ndr)?
No no. Non ci siamo separati perché io ho chiesto a Cochi di fare questa esperienza e lui me l’ha concessa. Nello stesso periodo abbiamo registrato Canzonissima, che è andata bene, con un ascolto fantastico. Anche il film è andato bene: subito dopo il cinema ha cercato Cochi, che ha debuttato con un bellissimo progetto per la regia di Lattuada che si chiamava “Cuore di cane”.

Ma lei al cabaret come ci è arrivato?
Io e Cochi ci siamo arrivati con la passione per la chitarra e per le canzoni popolari: successivamente siamo approdati al primo cabaret che si chiamava "Kapler 64": poi un giorno è venuto Jannacci a chiederci se potevamo andare a lavorare al Derby con lui e gli altri. E così è stato.

La scena del monolocale ne “Il ragazzo di campagna” per me è iconica.
Tanti mi ricordano anche altre cose. E’ difficile riassumere trenta anni di cinema in una sola scena: altrimenti non mi avrebbero fatto fare oltre 60 film. Da questo punto di vista posso dire che il bilancio è sicuramente positivo.

ANDREA BERNABEO

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