Quegli spalti vuoti e le voci dal campo

  • Maurizio Baruffaldi

Voglio, devo, credere che queste partite di serie A svuotate dal pubblico siano partite vere. Ne ho bisogno. E guardarle senza telecronaca mi aiuta. Ho il piacere esclusivo di sentirmi a bordo campo, dove le voci dalla panchina arrivano pulite e spudorate. Sentire pieno l’urlo: “Dai, dai, sono stanchissimi! Ce la facciamo!”; ma anche il più dimesso,  rivolto al vicino di panca: “Se lo fanno loro è ammonizione, se lo facciamo noi niente”. L’eterna ingiustizia latente. 
Le indicazioni costanti di certi allenatori accompagnano la narrazione del match e guidano ogni azione come se giocassero alla playstation. E poi il continuo, martellante, Dai!, Dai!, che non vuol dire niente, ma a quanto pare è la benzina necessaria, dal campetto di periferia al tappeto inglese. Il tecnico pagato come una star usa gli stessi vocaboli del mio allenatore di mediocre categoria, ai tempi che furono. Il calcio, oltre a smuovere sempre le stesse pulsioni, si nutre di pochi verbi e concetti elementari. E di nomi propri: “Niccolò stringiii” o “Girala ad Antonio”. Sotto quei cognomi che riempiono l'immaginario e si qualificano per ingaggi a troppi zeri ci sono dei ragazzi, chiamati per nome. Ma soprattutto, senza il pubblico a soffocarlo, il ritmo è scandito dal rumore della palla. Il tonfo sordo del calcio pulito, quello aspro di un rimbalzo conteso, lo schiaffo rotondo del colpo di testa. Ci si ricorda che tutto inizia da una pallone; colui che da un secolo e mezzo intona il suo canto: il primo era più un grugnito, in vescica di maiale, non proprio rotondo e pesante da far saltare le caviglie, l'ultimo un sibilo, che libra senza cuciture. Liberato dall'onda enfatica del tifo sugli spalti, il gioco del pallone torna un po' alle sue origini, agli umori che abbiamo vissuto tutti, partendo da due magliette come porticine in un rettangolo d'asfalto. Dove l'unica voce è quella del campo. 

 

MAURIZIO BARUFFALDI

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