«Trasformo la sofferenza in creatività»

  • Moriss www.milanoclownfestival.it

MILANO Impossibile non pensare a Joker, quando oggi pensiamo a un clown. Il suo volto pasticciato e crudele l'ho visto come profilo di moltissimi, sui social, come una specie di santino. «Ma la sua reazione anarchica deraglia, e si fa assassina. Noi reagiamo all'inverso: il modo lo abbracciamo, perché proviamo pena». Mimo e clown, attore e regista teatrale, Maurizio Accattato (in arte Moriss per gli innumerevoli viaggi in Francia da punk e da clown) è il direttore artistico del www.milanoclownfestival.it che si terrà all'Isola e dintorni dal 26 al 29 febbraio. Giunto alla sua quindicesima edizione, il festival ormai combacia e si confonde con il Carnevale Ambrosiano. Ci sediamo nel pub a due passi dalla scuola che dirige nel quartiere isola, dopo la lezione serale. Sotto la cresta rossa disarcionata si intuiscono i segni del trucco rimosso. Morris ci tiene a fare chiarezza sulla figura del Joker, sviscerata e abusata per mesi.

«Lui reagisce alle violenze fisiche e psicologiche spaccando tutto, distruggendo, anche la sua vita. Anche a me, e sai quante volte, mi viene fuori la rabbia, contro quello che ti provoca, ti dà del pagliaccio, prova a deriderti, ma devo resistere a non spaccargli i denti, come vorrei. Io incasso, e trasformo la sofferenza in creatività».

Il termine pagliacciata andrebbe aggiornato, allora.
«Pagliacciata è quella di chi si umilia per soldi».

Niente a che vedere con il tuo Festival. Nel link le decine di iniziative che abbracceranno il quartiere Isola e non solo.
«Sì, soprattutto quei luoghi che non sono preda naturale della movida, e che saranno scoperti, scoperchiati dalla leggerezza. Questa XV edizione del festival vuole aggrapparsi al significato della più antica tradizione del Carnevale, dove ci si travestiva per sfuggire dalla realtà e farsi beffa della miseria del mondo. Quest'anno uno dei 'giochi' consisterà nell'andare in giro a chiedere: 'Scusi lei, ha buona volontà? Bene, allora è pronto a trasformarsi!' Il Milano Clown Festival è nato per essere aperto a tutti, una grande casa senza porte, e si offre un contributo solo per istinto, per riconoscenza verso lo spettacolo. Quando è piaciuto».

Come sei diventato clown?
«Io sono l'unico punk diventato clown. Il punk è travestimento, e io volevo essere punk per sempre. Lo sono. A vent'anni avevo solo un'espressione, quella nervosa dell'appartenenza. La mia cresta era però ricciola, ribelle. Un giorno davanti allo specchio ho fatto un sorriso, sbilenco, esagerato; e poi altre facce, d'istinto, e da quel momento ho smesso di riciclare la maschera fissa del contro tutto. Diventare clown vuol dire smettere di fingere. Penso al grande Jango Edwards: non si ferma davanti a niente. Spudoratamente, senza sentimentalismo. Lui al termine dello spettacolo inseguiva e leccava tutti quelli che uscivano di teatro».

Lo salutano alcuni suoi allievi della Scuola di Arti Circensi e Teatrali. Un clown deve quindi essere agile, essere un po' atleta.
«Ci sono clown che di atletico a vederli hanno ben poco. Anzi, li puoi definire tranquillamente ciccioni. Ma c'è la forza della seduzione. La follia nella testa ti rende un vero transformer. Ti rende liquido. Il corpo risponde perché non pensi e ci giochi sempre».

E tu hai cominciato a renderti liquido da quando hai visto Dario Fo.
«Ero un bambino, e vidi Mistero Buffo alla tele. Dario Fo era simpatico, e aveva i capelli bianchi. Ma soprattutto ero rapito dai mimi che erano in scena con lui. E a 24 anni sono diventato uno di loro. Siamo stati vicini e amici dall'86 al '94, con la compagnia Fo-Rame. Poi ho lavorato con  Paolo Rossi, Jannacci, e tanto teatro, e pure la tv...»

Buffo nel suo significato originario significa buono, felice, benedetto, fortunato, gentile e portatore di gioia. L'ho letto in un'intervista a Patch Adams, l'inventore della clownterapia.
«Ma clownterapia è un nome che non rende giustizia. Terapia rende la questione pomposa e ripetitiva. Qui si tratta di portare gioia, appunto. Una volta lavorai per dei malati di Alzheimer. Loro stanno in reparti chiusi, protetti; li vedevo imbalsamati in un'espressione assente, vuota. Così un giorno li ho fatto uscire: Scappate! Andate dove volete! Anche se poi non è che potessero andare lontano. Ho pensato a mia madre, in quel momento. A quello che avrei fatto per lei».

Sembra facile.
«Non lo è per niente. Lo diventa. A uno di questi signori malati ho cominciato a lanciare una palla, inutilmente, per un po'. Fino a quando l'ha presa. L'ha presa al volo. E non ci credeva. La mancanza d'amore, di empatia, spinge verso una carrozzella...». 

Maurizio resta in pausa per qualche secondo. Pensieroso e ironico. Poi fa un sorso di birra brevissimo.
«I malati sanno che devono guarire. Sono pronti a ricevere. Perché soffrono. A loro è facile portare qualcosa di positivo. È a quelli che si sentono sani che è difficile far capire quanto abbiano bisogno di spostare lo sguardo. Di cambiare la direzione, sdrammatizzare." Per questo ti sei inventato i Pic. "Il Pronto Intervento Clown nasce per risolvere le situazioni impossibili, là dove le ronde, la polizia e l'esercito non possono fare nulla. Sono ragazzi dai 18 ai 25 anni. Universitari, in maggioranza. E risolvono giocando sul paradosso. Sulla percezione della realtà. Questo è il binario sul quale si muove un Pic. Guardiamoci, nella nostra rabbia, nel nostro rancore: siamo buffi, appunto»

Resta davvero difficile immaginare una ragazzo oggi che decida di fare il clown. «Vedi quella ragazza?». Maurizio mi indica una giovane donna nel tavolo di fronte. «Mi ha detto: sono inadeguata. Non ci sto dentro nella vita che mi si chiede. Oggi è un clown meraviglioso. E la si vedrà al Festival. È la routine che ti fa bestia. Siamo tutti un po' merde. Il clown dice: sono imperfetto. Gioca sull'errore. Non ce la faccio! Il gesto del clown esaspera l'inadeguatezza, la nostra. Perché la verità spiazza. E fa circolare il sangue».

Più che alla gioia, sentimento esplosivo, sembra un ridere legato alla leggerezza. Riconoscere la grazia e l'inconsistenza della vita. L'equilibrio fragilissimo, la tensione, ma senza dramma.
«Sì. E la figura che racconta tutto questo sono i ragazzi al semaforo, alle otto di mattina, giocolieri e acrobati, e contenti. Sono dei Don Chisciotte. Sono un Rinascimento. Comunicare con il corpo, non solo con un dito».

C'è un semaforo al quale sarai per sempre grato?
«Sì. Nella notte dei tempi. Di fronte alla via dove sono nato, e che oggi è il semaforo più ambito d'Europa. Ovunque vado, soprattutto in Francia, sento parlare di quel semaforo, che incrocia Milano, Cinisello e Sesto San Giovanni. Tempo del rosso preciso per la performance, macchine in continuazione. Poi, luogo strategico: si appoggia al Parco Nord; è di fronte al grande parcheggio del punto vendita all'ingrosso Metro, dove si può lasciare il camper gratuitamente, e un clown è sempre itinerante; in ultimo, ma fondamentale, di fianco a Bertoni, dove si vende qualsiasi attrezzatura utile».

Il naso rosso ce l'hai sempre con te. Il ciuffo rosso anche.
«Questo l'ho preso da un trio di fratelli dal cognome Fratellini: negli Anni '30 erano delle star. Tutti i clown erano delle star. Loro avevano il ciuffo, questo, e sotto vestiti normali. Non arriva dal mohicano, la cresta, ma da un clown».

 

 

MAURIZIO BARUFFALDI