Jewell, Eastwood e la tragedia di un eroe

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CINEMA Essere etichettati, manipolati dai media, non compresi mai davvero. Il novantenne Clint Eastwood, che ha attraversato decenni nell’universo cinematografico, additato ora come un attore mediocre, ora come un reazionario, come un uomo scontato prima di riuscire davvero a imporsi come grande autore e come uomo mai banale, sa molto bene che cosa significa. E, quindi, chi meglio di lui poteva raccontare la storia di “Richard Jewell” (film in sala dal oggi gennaio con Kathy Bates candidata agli Oscar), uomo qualunque, eroe per caso ma subito etichettato come qualcos’altro?

Chi poteva raccontare, cercando tra le pieghe della follia dell’FBI e degli investigatori che procedono per triti schemi e dei media che fanno loro eco, la tragedia della guardia giurata che nel parco di Atlanta, durante le Olimpiadi del 1996 scoprì uno zainetto carico di esplosivo, salvando centinaia di persone, ma che poi fu ritenuto il vero colpevole? Grasso, bianco, ancora a casa con mamma, innamorato delle armi e grande ammiratore delle forze dell’ordine, Richard sembrò un perfetto capro espiatorio e così per tre lunghi mesi fu massacrato dai media, dopo un articolo sull’Atlanta Journal-Constitution che lo accusava.

Puntuale è arrivata, insieme alle polemiche dopo l’uscita Usa, anche la minaccia di un’accusa per diffamazione da parte di quel giornale. Ma sia la giornalista responsabile dell’articolo, Kathy Scruggs, sia Jewell, sono morti. Resta il ricordo di un eroe trattato come un mostro.

 

 

SILVIA DI PAOLA