Niccolò Fabi a Metro “Le città hanno perso”

  • Niccolò Fabi

ROMA. «Un città qualsiasi in un giorno qualsiasi. Dove prendi una bici per salire sul tram e poi scendi perché non si può. Dove hanno vinto le metropolitane e le corsie preferenziali, ma anche i parcheggi in doppia fila, le montagne d’immondizia, gli orizzonti verticali, le giornate a targhe alterne e le polveri sottili… Non per forza una brutta città, ma una città che ha perso, che si è  disumanizzata». Iniziamo così la nostra lunga chiacchierata con Niccolò Fabi, parlando di musica e ambiente. Otto album alle spalle, il cantautore romano torna in  solitaria con “Una somma di piccole cose”. Nel nuovo disco, che esce oggi in occasione della Giornata della Terra, Fabi si confronta proprio con la dimensione  del fare musica più in sintonia con la natura. Un disco da solista, in cui fa tutto da solo, nato in una casa di campagna alle porte di Roma. Dove «una grande finestra aperta sul verde mi ha fatto da traccia» per musica e parole. Le parole che scegliamo con Fabi sono subito quelle di “Ha perso la città”, secondo brano dell’album. 

NICCOLò FABI NELLA REDAZIONE DI METRO. IL VIDEO

Una canzone in cui escono tutti i modi gentili del cantautore, che non vuole indicare una via di fuga dal male di vivere, «nessuna esigenza di chiarificazione», ma evocare, questo sì. Con un filo di ironia, e sempre mischiando musica e vita, Fabi racconta di una metropoli che si è progressivamente «incattivita». La sua città, per esempio. Roma, quartiere Parioli, «fatto ormai di smart in doppia fila, di donne sempre più ingrugnite, dove vivi due anni in un condominio senza incontrare nessuno».

È questa la città sconfitta? «Nel passaggio dalla vita agricola a quella urbana si sapeva che alcune cose si sarebbero inevitabilmente perse, ma che altre le avremmo guadagnate. Salvo poi scoprire che la città nata per essere un centro di aggregazione e  opportunità di crescita ha abbassato nettamente la qualità della vita di chi ci abita. Si è perso il senso della comunità, dove tanti individui convivono spesso ignorandosi nel loro tentativo di sopravvivere». Roma è l’osservatorio di Fabi, ma potrebbe essere una qualsiasi altra città, dove «gli sguardi che ci comunichiamo in mezzo al traffico sono di insofferenza e incapacità di considerarci parte di uno stesso meccanismo. Vaffanculo che si subiscono, ma che inevitabilmente poi si restituiscono». Colpa dei tempi critici che stiamo vivendo o di un’urbanistica carente e poco sostenibile? Insieme causa ed effetto, dice Fabi: «È un problema di ambiente, mancanza di spazi verdi, traffico, ma c’è anche altro… Modelli di vita esasperati che ci hanno portato a quella indifferenza che evoco nella canzone». Nessuna possibilità di riscatto? Che fare di concreto per trasformare questa giungla urbana? «Ben venga la pedonalizzazione dei centri storici, a Roma i Fori Imperiali per esempio, purché vengano anche decentrati i ministeri, i servizi…». 
La città che Fabi fotografa nella sua canzone non «è tutta da buttare. Bene le corsie preferenziali e le metropolitane... È la somma di tutto che non funziona. La grande distribuzione che vince sul calzolaio, le megabanche sul macellaio di quartiere».

Il centro commerciale più grande d’Europa è stato appena aperto ad Arese: è dunque questa la città che perde? «Quel tipo di socialità è uno specchio dei tempi e un luogo trasverale. Direi che non ci sono perdenti né vincitori. Si tratta di capire quale modello si vuole costruire». Se «uomo e ambiente non sono più alleati da tempo», Fabi ha  una grande sensibilità per il tema. E poco sembra andare avanti nel nostro Paese. Esempio recentissimo? «Il referendum sulle trivelle. Sono andato a votare e mi sento triste, non per il risultato, ma per la banalizzazione del tema così importante. Una cosa piccola, rabberciata, che ha ridotto la portata del referendum. Manca una politica ambientalista seria, ecco come la penso».

SERENA BOURNENS

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