L'Italia costringe gli immigrati alla povertà

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ROMA Quasi un lavoratore immigrato su tre in Italia vive in condizioni di povertà relativa. È quanto emerge da un rapporto dell’Ocse nel quale si sottolinea che «l’elevata incidenza di posti di lavoro di bassa qualità tra i lavoratori immigrati li espone anche ad un elevato rischio di povertà». Per via delle loro competenze basse, ma anche a causa della mancanza di riconoscimento delle loro qualificazioni - sottolinea l’Ocse - un quarto degli uomini immigrati e più di un terzo delle donne occupa posti scadenti.

Un'altissima sovraqualificazione

In tanti sono costretti ad accettare lavori che richiedono qualificazioni ben inferiori a quelle possedute: tra i migranti con titoli di studio stranieri e tra gli extracomunitari i tassi di “sovraqualificazione” raggiungono il 70-80%. Secondo il rapporto «sembrerebbe che gli arrivi più recenti abbiano migliori esiti occupazionali, probabilmente perché più inclini a lasciare l’Italia se non trovano un lavoro». Se infatti il nostro Paese resta una delle principali destinazioni per gli immigrati, è anche vero che la maggior parte «non intende rimanere in Italia, né arriva attratta dalle opportunità di lavoro che rimangono limitate per la crisi». Crisi che ha colpito duro gli immigrati di sesso maschile: il loro tasso di occupazione è diminuito dall’82% del 2006 al 70% del 2012.

Negato l’accesso alla cittadinanza

In Italia la quota di cittadini tra la popolazione immigrata con almeno dieci anni di residenza è tra le più basse dell’Ocse. Diventano cittadini meno di 2 su 5 migranti stanziali, rispetto a una media Ocse del 62% e del 58% nell’Unione Europea. In contrasto con quanto osservato in altri Paesi, il tasso di naturalizzazione «è più elevato tra immigrati comunitari che non tra gli immigrati extracomunitari. Forse per la naturalizzazione degli immigrati romeni prima dell’adesione all’Ue. Gli immigrati di origini africane e asiatiche hanno meno probabilità di essere naturalizzati». Un altro svantaggio «è la mancanza di accesso alla proprietà d’abitazione».

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