Ilva, la lotta di Taranto in “Venditori di fumo”

  • VELENI

Taranto Per un processo che termina, un altro muove i primi passi, anche se ha già l’incubo prescrizione. Riprende a Taranto l’udienza preliminare dell’inchiesta per disastro ambientale ai vertici dell’Ilva. Udienza durata ben nove ore: la difesa ha presentato innumerevoli eccezioni sulla costituzione delle parti civili, che sono 1100, tra cui figura il ministero dell'Ambiente, il comune di Taranto e Statte. Prossima udienza il 16 dicembre.  

E proprio in questi giorni è uscito il libro “Venditori di fumo” (ed Barney), del giornalista e scrittore Giuliano Pavone, tarantino trapiantto a Milano. È una ricostruzione dettagliata della storia della città e della sua acciaieria. Ma non solo. È soprattutto la storia di Taranto, della politica scellerata che l'ha sacrificata all'altare dello sviluppo senza regole, e della chiamata alle armi. Un saggio che scorre via come un romanzo, con uno stile narrativo figlio dei migliori reportage pubblicati recentemente in Italia.

C'è una rabbia trattenuta in "Venditori di fumo". «L'ho dovuta trattenere e diluire nel lavoro di ricerca e di scrittura. L'ho trasformata, l'ho utilizzata per avere l'energia giusta per realizzare questo viaggio a tratit anche doloroso ma sicuramente pieno di passione», ci racconta Pavone che in questi giorni è impegnato in un tour di presentazioni proprio nella sua regione. 

Nel libro c'è una "data-cesura": il luglio 2012. È molto intenso il racconto del passaggio delle vicende tarantine dall'essere breve di cronaca all'iper-esposizione.

«C'è stato un repentino e improvviso cambio di rotta. Fino a quel momento Taranto era una vicenda sconosciuta, almeno per i media nazionali. Ma tutti sapevamo e le denunce delle associazioni ambientaliste risalgono a molti anni prima. Però quando nel luglio 2012 è scoppiato lo scandalo anche per il resto d'Italia, siamo stati tutti chiamati a fare qualcosa, ognuno per il proprio talento. Un cammino che non è ancora arrestato».

Eppure trovare una casa editrice è stato difficile.

«Sì. I miei precedenti romanzi erano usciti per Marsilio. Con i miei agenti abbiamo provato in tutti i modi ma non c'è stato verso: le grandi e le medie case editrici non ne hanno voluto sapere. Di Taranto non si vuole parlare. Questo non ha fatto altro che incrementare la mia caparbietà nel trovare un canale di pubblicazione, e la mia rabbia: perchè è assurdo che una storia così non trovasse spazi nel panorama editoriale italiano».

Il libro si legge proprio come un romanzo e coinvolge il lettore emotivamente. Da tarantino che vive a Milano quanto è stato difficile prendere le distanze dai propri sentimenti per farsi veicolo dei fatti di cronaca?
«Mentirei se dicessi che sono stato imparziale. Ma credo di essere stato oggettivo, quello sì. Ho trattenuto le emozioni e le ho diluite nel processo di scrittura. Ho vissuto per anni in simbiosi con questo lavoro, da quando l'ho concepito, poi la ricerca dell'editore, quindi la scrittura: un processo solitario in cui sei solo con il tuo bagaglio emotivo e di conoscenza. Adesso il libro è in mano ai lettori ma non ho ancora la sindrome del nido vuoto, perchè ho un super tour di presentazioni che mi fa continuamente rivivere tutto il processo. 

Leggendo il libro, soprattutto in questi giorni, viene naturale il paragone tra Casale Monferratone Taranto, due città devastate da una tragedia ambientale e dalle morti dei suoi cittadini. Di fatto però, a Casale Monferrato il ricatto occupazionale non è stato mai così forte come quello che vive Taranto.

«Purtroppo Taranto è una città divisa, anche tra le associazioni ambientaliste che sulla carta lottano per lo stesso obiettivo, ci sono delle divisioni che le hanno viste in alcuni casi anche contrapposte l'una alle altre. Ma la situazione è molto differente, purtroppo. In questi giorni abbiamo visto il sindaco di Casale Monferrato dichiarare il lutto cittadino, intervenire tra la gente e in televisione con le lacrime agli occhi, perfettamente partecipe del dolore dei suoi concittadini. Il sindaco di Taranto non l'ha mai fatto. E anche il ruolo dei sindacati da noi è stato del tutto diverso: si sono frapposti tra il diritto alla salute e alla vita e la fabbrica. Con l'amianto non è stato così. Anche Casale Monferrato con la chiusura della Eternit avrà avuto una scossa occupazionale, no? Eppure lì il diritto alla salute è stato giustamente messo al primo posto».

 

STEFANIA DIVERTITO