
intervistaUn feuilleton filosofico scritto da una giovane narratrice lappone con un record di copie vendute in patria e all’estero. Rikka Pulkinnen, classe 1980, bella come una star del cinema, firma un romanzo al femminile lontano anni luce da una letteratura usa e getta. Ne “L’armadio dei vestiti dimenticati” dosa tradimenti, ricerca dell’identità, perdono, rimescolando gli ingredienti della narrativa russa dell’800: primo su tutti una passionalità che sembra averci abbandonato in tempi di crisi. Si parte da un abito segreto che apparteneva a una donna del passato della protagonista per raccontare tre generazioni di una famiglia di Helsinki.
Questa è una storia d’altri tempi e lei è una ragazza di trent’anni. Come si concilia?
Per essere uno scrittore bravo devi saper vivere storie diverse, come quella di una psicologa di settant’anni, Elsa. È importante avere empatia con gli altri.
Da cosa è partita per scrivere una storia che in finlandese è intitolata “Verità”?
I temi principali si rifanno alla mia formazione filosofica. In particolare alla filosofia dell’attaccamento. Anna trova per caso quest’abito e decide di provarselo. E a poco a poco indossa l’identità di Eeva.
Nel libro oltre a Elsa, psicologa malata di cancro c’è Eleonora, medico e madre di Anna. Anche sua madre è medico: c’è qualche somiglianza?
Su un piano più subliminale sì. Mia madre come Eleonora vive in un continuo preoccuparsi.
Questa è una storia di purificazione attraverso il dono assoluto di sé con molto dolore. È davvero necessario?
Eva si sacrifica completamente. Anna apprende questo modo di amare raccontando la storia di Eva. Quando hai amato quell’amore rimarrà per sempre tuo. E anche il dolore. Ma non c’è perdita. Esporsi ai sentimenti ti farà sentire comunque meno solo, più ricco. Antonella Fiori
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