Uranio, giustizia schizofrenica

Uranio impoverito

Una cosa è la giustizia, un’altra è l’amministrazione della stessa. La prima non ha ancora bussato alla porta delle famiglie Melis e Porro. La seconda, purtroppo sì. E in entrambi i casi risponde con un no.

No: i due ragazzi, Valery (nella foto) e Fabio, non sono morti per l’uranio impoverito.

E no: non hanno diritto al riconoscimento della causa di servizio.

Un altro no ancora: non sono vittime del dovere.

Dura da più di dieci anni la lotta dei genitori per vedere riconosciuta la giustizia. E ora la loro richiesta è appesa al filo del ricorso al Consiglio di Stato. Loro non si arrendono, e fanno bene.

Per 36 volte in Italia a domande come le loro i tribunali hanno risposto diversamente. L’uranio impoverito c’entra eccome con le morti dei giovani soldati, hanno scritto i giudici in sentenze di primo e a volte anche di secondo grado.

È una storia, questa dell’uranio impoverito, che ricorda un fiume carsico. Emerge, tumultuoso, in certi momenti, poi s’inabissa, fino a scomparire. Eppure è sempre lì. Anche quando non se ne parla, gli avvocati lavorano, i giudici decidono, le famiglie sperano. E a volte vincono. Non è ancora il caso dei due ragazzi sardi, ma per tanti altri la parola giustizia è stata scritta nero su bianco.

Strano il nostro Paese in cui le sentenze non fanno giurisprudenza, ma 36 sì dovrebbero valere più dei pochi no. E invece quei casi isolati pesano tanto, perché piegano le spalle di madri e padri stanchi e addolorati. Piegano le spalle ma non le loro volontà.

Come mi ha appena detto Marie Claude Melis: “Non molleremo mai”.

In una vicenda così complessa e controversa servirebbe un mezzo miracolo: che gli avvocati si parlassero, mettessero in comune metodologie, strategie, perizie, esperti, unissero le forze. In ballo non ci sono clienti a cui far vincere una causa o un ricorso, ma la riscrittura di un pezzo di storia d’Italia.  

Blog di: 
Stefania Divertito
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