Libera, il mare e i piccoli miracoli scolastici

Avevo espresso a Giulio Iraci il desiderio di scrivere con lui un articolo sul tema della legalità nella scuola. Mi ha mandato una bozza, dice lui. La pubblico così come me l'ha mandata, perché non ha bisogno d'altro.

Si dice spesso (e volentieri) che per restituire dignità morale all’Italia bisogna ripartire dalla scuola perché è lì che si formano le coscienze dei futuri cittadini. Si dice. Ma quanti di quelli che lo dicono ci credono veramente? Quanti sanno cosa significa in concreto? Quanti si tuffano nel mare che separa il dirlo dal farlo? Se si crede in quell’affermazione, si deve essere coerenti, ciascuno nel proprio ambito. Altrimenti sono solo chiacchiere. Come? Anzitutto sgombrando il campo da due equivoci, che non di rado diventano alibi.

Il primo, diffusissimo, è quello secondo cui l’inciviltà, la disonestà e l’illegalità che affliggono il nostro Paese non dipendono da noi. Gli incivili, i disonesti, i criminali sono sempre gli altri. Ma è davvero così? I nostri comportamenti sono così virtuosi? Forse è ora di chiedercelo, sinceramente. Perché i nostri figli, i futuri cittadini, ci guardano. E ci imitano. Perciò sarebbe inutile (e ipocrita) affidarsi all’intervento salvifico della scuola se nel contempo non facessimo il possibile per non vanificarlo, quell’intervento. L’educazione civica infatti – come dice chi se ne intende – non è un auspicio, una delega. È impegno. È fatica. La fatica di fare la raccolta differenziata, di non gettare il mozzicone di sigaretta per terra, di cercare un parcheggio regolare, di rifiutare il conto su un pezzo di carta (con lo sconto), e di non telefonare al cognato di quella nostra cara amica (cara soprattutto in questa circostanza) per saltare una lunga lista d’attesa.

L’altro equivoco riguarda il mondo cui si affida il miracolo. Miracolo, sì: perché solo un atto sovraumano degli umanissimi docenti consente, ogni anno, di individuare modi, tempi e luoghi per realizzare percorsi di civiltà a beneficio dei propri alunni. Che noia, dirà qualcuno, la solita filippica sui sacrifici dei docenti: gente che lavora mezza giornata per otto mesi l’anno… (dicano: tanto, luogo comune più, luogo comune meno). Ma lo sa, quel qualcuno, che per contribuire alla formazione dei “futuri cittadini” i maestri, i professori e gli educatori devono sottrarre tempi alla didattica, occupare spazi scolastici, sgomitare con i colleghi, discutere con i dirigenti e, sempre più spesso, sfilare banconote dal portafoglio? Lo sa, quel qualcuno, che il più delle volte gli insegnanti lo fanno senza alcuna preparazione specifica perché nessuno, al Ministero per cui lavorano, ha pensato a fornirgliela? In Italia si parla tanto – giustamente – di alfabetizzazione informatica e nella lingua inglese (la terza “i” di impresa, per fortuna, si è persa per strada), tanto da ritenerli requisiti indispensabili per chi insegna nella scuola di oggi. Ma chi pensa all’alfabetizzazione civica? Chi si (pre)occupa della formazione dei docenti in materia di legalità? Nessuno.

Anzi no, qualcuno lo fa. Sono le organizzazioni non profit che portano nelle scuole italiane conoscenze e competenze sul fronte dell’impegno civile. Molte di esse sono in rete con Libera (www.libera.it), l’associazione fondata da Luigi Ciotti che ogni anno organizza corsi di aggiornamento per docenti, progetti scolastici, bandi di concorso. E battaglie di civiltà. Come la campagna Riparte il futuro (www.riparteilfuturo.it/istruzione), che chiede agli atenei italiani di adottare meccanismi atti a difendere e incoraggiare chi segnala corruzione, nepotismi e raccomandazioni. Perché “quella sull’istruzione – si legge nella petizione – è la madre di tutte le battaglie”: oggi all’università, ma presto anche nel mondo della scuola.

E così, anno dopo anno, miracolosamente, negli istituti italiani nascono percorsi di legalità, lezioni interattive, occasioni di confronto, di dibattito, di riflessione. Cos’è la mafia? E il gioco d’azzardo? Perché la criminalità è associata più all’immigrazione o ai campi rom che alla corruzione? Chi rema a favore o contro la legalità? Sono alcune delle domande a cui da vent’anni Libera cerca di dare risposta. Domande difficili, scomode, che scuotono le coscienze. Appunto.

Chi prende parte a quelle iniziative, docente o alunno, dopo non è più la stessa persona. Non cambia canale se al tiggì si parla di mafia, non pensa più che l’immigrato appartenga ad una “razza di delinquenti”, comincia a sospettare che lo scontrino fiscale non sia un optional, e non gli sembra più tanto normale che, mentre ordina un caffè al bancone, una persona dall’aria triste infili dei gettoni in una slot machine.

Piccoli miracoli scolastici. Che però, da soli, non bastano. Libera e gli altri operatori di civiltà fanno quello che possono, ma sono in pochi e male equipaggiati. È lo Stato, con la “s” maiuscola, a doversi impegnare. Lo Stato fatto di politici, di amministratori, di funzionari, certo; ma anche di cittadini, di persone comuni (genitori, nonni, zii, allenatori…). Insomma, tutti noi.

Altrimenti sono solo chiacchiere.

Giulio Iraci

Blog di: 
Tony Saccucci
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