Trieste e quel malcontento che viene da (molto) lontano

Editoriale del 7 ottobre 2019,  pubblicato su Metro - Quotidiano

di Maurizio Guandalini
C’è malcontento. Tra le forze di polizia. Da molto. Non dall’ultima strage di Trieste. E neppure da quella di Roma con la morte del carabiniere Cerciello. Quando si leva insofferenza, insoddisfazione e irrequietezza dai tutori dell’ordine, il cittadino si pone delle domande. Aprire il pentolone senza paura di scalfire il valore  dell’uniforme. Che non è un controsenso. Proprio per la sacralità della sicurezza. Di chi la difende. La sicurezza. Consapevoli che ogni mestiere ha dei rischi. E’ lapalissiano che un militare può essere colpito da una pallottola più di un infermiere in corsia. E lo scontento? Siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo paese, dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese. Era il 1994. Minchia signor Tenente, cantata da Giorgio Faletti. Dopo le stragi di mafia di Capaci e D’Amelio. Chi glielo fa fare a un poliziotto di rischiare la vita per 1300 euro? Con quale entusiasmo fa il suo lavoro se ha intorno  leggi che rilasciano, domani, delinquenti colti in flagranza di reato? E’ robetta accapigliarsi sulle fondine difettose per trovare motivazioni alla tragedia triestina. Diverso è il caso di benemeriti usciti di pattuglia, alla notte, in bermuda, dimenticandosi le pistole in ufficio. Le indagini sono in corso. Sarebbe opportuno accelerare per capire definitivamente come è andata.
E’ incontestabile che in questo calderone pieno zeppo di buchi ce n’è pure sull’addestramento, la preparazione, la formazione, le paure, le motivazioni disparate che conducono a scegliere la divisa. Le zone d’ombra. Intoccabili. Vivi e lascia vivere. Perché se anche l’ultimo sprovveduto sa, lì non ci va nessuno a ripulire? I quartieri dello spaccio a cielo aperto. Non solo di mele marce, si tratta. I tanti integerrimi verso i, pochi, furbi che girano la testa. Galleggiano deficienze nelle strategie di intelligence. E nel coordinamento tra i diversi corpi. Probabilmente per tenersi in equilibrio. Con la paura latente che togliendo dei mattoncini possano cadere dei muri portanti?
 

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Maurizio Guandalini
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