Renzi-ego ritorna per salvare l'orgoglio Pd

Un mio articolo su L'Huffington Post

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IL BLOG
30/04/2018 09:53 CEST | Aggiornato 1 ora fa

Renzi-ego ritorna per salvare l'orgoglio Pd

di Maurizio Guandalini/Giornalista, editorialista di Metro e saggista

L'intervista di Fabio Fazio a Matteo Renzi rivela perché il rottamatore è ritornato. Per sconfiggere il male di cui è afflitto il Pd dopo il 4 marzo: subalternità e paura. E ci aiuteremo in questa analisi partendo dal post di Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, che invitava a discutere del Pd senza ardore fanatico. Senza contrapposizioni pro o contro Renzi. Lamentando lo scarso dibattito, l'assente confronto nel partito a iniziare dall'accordo con i grillini per il governo.

Paradossale o paradigmatico il format del ragionamento di Zingaretti parte da un azzeramento del Pd: i 5 anni trascorsi, e il programma presentato al vaglio degli elettori il 4 marzo, sono un incidente di percorso. Da intestarsi a padre e madre ignoti.

Conterà qualcosa salvare l'orgoglio del Pd? Conterà qualcosa difendere la dignità? Oppure si ritiene che dignità e orgoglio siano contrattabili per un posto al governo con coloro (5 Stelle) che per 5 anni, sistematicamente, hanno bombardato il Pd e il suo leader?

Conta nulla immergersi in un'altra discussione "profonda" nel Pd senza prima avere coscienza approfondita di ciò che si è e ciò che si è fatto? Da lì deve partire il Pd. Scansando la sindrome Tafazzi. E stupisce che Farinetti insista, dopo aver accarezzato un governo 5 Stelle-Lega, per l'ipotesi di un accordo Pd-5 Stelle per fare, dice l'imprenditore del food, tre o quattro proposte, tra cui la legge elettorale e poi a votare. E lì innescare la competizione.

Con un Pd che rischia di incavallarsi in un Vietnam parlamentare senza precedenti perché la divaricazione e le divisioni nei 5 Stelle sono più profonde che in qualsiasi altro partito. Con un centrodestra agguerrito che mirerebbe a far vivacchiare la striminzita maggioranza. Alla luce poi di sondaggi che confermano come, sia nel Pd e nei 5 Stelle, gli elettori sono contrari a questa alleanza spuria.

Mai avremmo pensato di rilevare un vuoto politico come in questo mese, dal 4 marzo. La tentazione del Pd di sedersi al tavolo con i pentastellati (tentazione indotta, costretta, senso di responsabilità per conto di) ha fatto riemergere i limiti di un partito che non può, nella fase cruciale del meeting governativo, avere una reggenza.

Che vuol dire fare una Direzione del Partito per decidere se avviare o meno la discussione con i 5 Stelle? Una consultazione importante, apicale, dirimente è già stata compiuta: le elezioni del 4 marzo. Lì gli elettori si sono espressi e hanno dato consensi a partiti, programmi e anche ad alleanze. Martina fa un gioco di parte. Ha parteggiato per una linea (prima di avere il via libera) alimentando una ulteriore discussione divisoria nel partito, pro o contro Renzi.

Agitando spauracchi da vecchia politica, dire a suocera perché nuora intenda: il pericolo elezioni e Salvini. Perché per Martina sono un pericolo nuove elezioni? Forse per convincere meglio i suoi parlamentari a dare l'assenso al patto 5 stelle-Pd? E abbinare Salvini a Orban non è forse un azzardo da sinistra bersaniana, quella alla quale buttavano pesci in faccia i grillini durante lo streaming di cinque anni fa?

Lo ricordiamo a coloro che chiedono un nuovo Pd: il Pd non ha bisogno di discutere ancora. E se non sono compresi fino in fondo modi e metodi di discussione è perché, in questi anni, la minoranza di quel partito, non ha dato prova di come si sta dentro un partito, dando una immagine per niente edificante che ha solo accelerato lo sbando e lo smarrimento odierno.

Lo scenario di queste giorni non ci sarebbe se Renzi non si fosse dimesso il 5 marzo.

Non abbiamo capito perché l'ex Premier goda di continuo a dimettersi e poi ritornare. Ci deve essere qualcosa di freudiano. Fuggire da. L'ha fatto dopo il referendum del 2016 da premier e l'ha fatto da segretario dopo il 4 marzo. Non c'è scritto da nessuna parte che dopo una sconfitta un segretario o un premier si debba dimettere (non si spiegherebbe cosa ci fanno in Parlamento, Franceschini, Fassino, Serracchiani e altri, tutti con all'attivo pesanti sconfitte politiche).

Vorrebbe dire che ha sbagliato le proposte, delle quali non è convinto neppure lui, e quindi occorre cambiare. In quel caso avrebbe ragione d'essere la scelta di Martina di collaborare con i 5 Stelle. Ma visto che Renzi ha ribadito che si riparte dal programma del Pd, non si capisce appunto perché si è dimesso. Soprattutto alla luce di un balletto, giornaliero da un mese, su "lo decide Renzi", "Renzi guida da dietro il Pd", "Non si fa nulla senza che Renzi approvi."

E intanto il partito è disorientato. Oggi il Pd ha sete di una guida solida, con esperienza, determinata, in grado di decidere sul momento, senza movimentare di continuo crocchi assembleari, lunghi e tormentosi confronti tra capannelli di partito. Comportarsi come la Spd in Germania senza essere la Spd è una ricerca di identità, del fai la cosa giusta, chiaramente inopportuna. Non bisogna avere sempre un modello da imitare, perché non è detto sia quello giusto.

E quindi? Dopo la brillante intervista da Fabio Fazio, Renzi deve ritornare quanto prima alla guida del Pd. Si faccia una assemblea dove Renzi comunica il ritiro delle dimissioni, oppure Renzi si presenti all'assemblea da candidato segretario. Ma si faccia alla svelta.

E l'ex premier risolva una volta per tutte quello che non ha fatto, cioè una riforma seria del partito (se ci crede al Pd e alla riforma), prepari una classe dirigente al di fuori delle cooptazioni tradizionali, selezioni lui stesso sforando il recinto stretto delle amicizie personali, individuando leadership naturali e non solo per segnalazioni o sentito dire. La classe dirigente odierna del Pd rimane ondivaga, smarrita, debole, persa appena il suo leader naturale non c'è più. Alimentando vecchi vizi, format, analisi che appartengono ai partiti del Novecento.

Fin qui il partito che dovrà per forza di cose basarsi su una leadership non su una piattaforma correntizia di sfoghi continui. Da qui rinasce il nuovo Pd da molti invocato. E il banco di prova, obtorto collo, sarà la prossima direzione del Pd, un vero e proprio congresso che si concluderà con minoranze che apriranno una conseguente "battaglia" interna al partito. Può il Pd permettersi un'altra sceneggiata deprimente scambiata come normale dialettica democratica?

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Maurizio Guandalini
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