Renzi e i generali senza esercito non potranno mai stare insieme nel Pd

di Maurizio Guandalini

Zingaretti contro Renzi, Orlando contro Calenda, Cuperlo contro Renzi. Il Pd è fermo a questo. Cioè a tutto quello che faceva durante il Governo dei 1000 giorni. Lottare contro sé stesso. In preda a un vulnus freudiano. In mezzo ci sta Martina che sempre più somiglia a un marziano, che accontenta il ceto dirigente contemporaneo, perché praticamente non dice nulla. Un buon sammaritano il cui compito è fare appelli alla calma ai vari contendenti sul piede di guerra verso l'ennesimo scontro. Il congresso.

Ma per far che? Scontrarsi su un programma? Sull'idea di rinascimento della sinistra? Su un leader e un programma? No, per le ennesime primarie, con maggioranza-minoranza e l'eterno balletto delle reciproche recriminazioni. Se non ha ancora risolto modi e comportamenti dello stare insieme ha poco da insegnare ai cittadini come si governa un Paese.

Il Pd si imbarca verso un congresso riempendolo di vecchie parole d'ordine, format del passato che lasciano totalmente indifferenti chiunque, dal più vicino al più lontano. Si ripesca nell'ascolto della società civile come vi fosse anche una società incivile, nei modi di sempre, il classico tavolo, tutti intorno, l'associazione, il verde, il portatore di handicap, la polisportiva, il volontario, l'extracomunitario, e poi, fase due, una bella frullata dell'universo mondo, per ottenere un beverone energetico che cura i mali del Pd. Assurdo. Questa è la federazione giovanile comunista. Bella storia, da rispettare, caro Cuperlo, ma foriera, in buona parte, della strada senza ritorno in cui si è intruppato il partito democratico oggi.

L'assemblea di sabato ha dimostrato la sua profonda inutilità. O la certificazione plastica di un partito diviso, anche violentemente, ad personam, tra chi potrà mai stare nello stesso partito, anche di fronte a un miracolo.

E questo è uno dei punti attraversato velocemente dall'assise ma sul quale si gioca il futuro del Pd. Finché non si risolve questo aspetto divisivo nutrito solo da un concetto di proprietà del partito, della ditta, espressa bene dai fuoriusciti Bersani, D'Alema &C., praticamente i dignitari di quella formazione, fino ad allora non si va fa nessuna parte.

Lo doveva fare Renzi, segretario e presidente del consiglio, ma 'specularmente' non ha messo le mani in pasta sulla vicenda, facendo vaghi appelli alla collegialità, al Partito che non era un carcere e altre svolazzate del genere. Perché Zingaretti asserisce che Renzi ha il brutto difetto di non ascoltare? Forse caro Zingaretti non sarà il contrario? Non sarà che aveva la presunzione di ascoltare e non urtare tutte le anime (perse) del Pd? Sei il leader del partito, c'è una opposizione interna violenta, con toni che superano il centrodestra e i grillini, ma agisci, fai una frattura insanabile nel partito, metti all'angolo definitivamente chi non è d'accordo in modo inequivocabile. E poi vai avanti.

Invece l'ex sindaco di Firenze interviene all'assemblea di sabato sorvolando frettolosamente il tema, quando avrebbe dovuto discutere solo di questo (e di un altro punto che accennerò dopo) come principale disfatta del Pd, rimandando a una ulteriore sfida dopo il Congresso del 2019. Ma a quel Congresso si rischia solo di avere degli stracci. E lo dico anche a Martina, allo stesso Zingaretti che insiste con il modello Lazio quando occorre che qualcuno gli ricordi per l'ennesima volta che non esiste nessun modello Lazio e che ha vinto solo perché il centrodestra non era unito (Zingaretti dimostri il contrario e non agiti solamente un vessillo, il partito dei Governatori, dopo, ahinoi il partito dei sindaci).

Nel Pd c'è un problema di compatibilità anche caratteriali che non possono marciare unite verso un obiettivo. E spetta a dei leader maturi risolverli anche con ennesime rotture risolutive verso destini diversi, perché sotto sotto si nascondono obiettivi culturali e programmatici agli opposti che non possono rimanere sotto lo stesso cartello Pd.

Finitela con la convinzione che la rinascita di quel partito passa attraverso altre e ulteriori discussioni infinite sul nulla. I partiti oggi sono, ed è giusto così, un leader e un programma. Fine. Di tavole rotonde introspettive o di grandi tavolate di sapientoni che farebbero bene a limitarsi a guardare i disastri che hanno combinato, la gente, gli elettori, i militanti hanno un totale rigetto. La critica di Renzi a Gentiloni di una campagna low profile è più che legittima: Gentiloni è stato inventato dalla stampa e da qualche opinion leader, avvalorando l'idea di poter affrontare una campagna elettorale stando bassi e silenziosi. E' come fare un sound check per un concerto senza amplificatori. Anche qui è un po' assurdo il trantran che si è acceso. Martina e Sala criticano Renzi perché ha criticato Gentiloni: quindi Renzi si può criticare, ha delle responsabilità, gli altri, che sono ex ministri, ex presidenti del consiglio, sindaci in carica, quasi tutti miracolati da Renzi, sono assolti. Salvi. Capite che se viene impostata in questo modo l'attività di un partito che tenta di risorgere dalle sue ceneri è il presupposto non tanto velato per fare la guerra a Matteo Renzi.

E veniamo al programma, alle cose da fare, che all'Assemblea del Pd si sono guardati bene dall'affrontare. Pure Renzi, che per chi ne ha ulteriore bisogno di conferma, è e rimane il solo leader del Pd, nell'elencare i 10 punti che hanno determinato la sconfitta alle recenti elezioni, ha corso veloce sul vero punto dirimente. Chiunque aspiri a fronteggiare il governo giallo verde (o blu) non può che parlare di immigrazione, migranti, sicurezza, clandestini. E proprio Renzi durante il suo Governo, con Alfano Ministro degli Interni, non è stato in grado di accogliere, ascoltare, le preoccupazioni dei cittadini che dalle città grandi, piccole, dai paesini montavano, derubricando quelle preoccupazioni come equivoci di piccola importanza, di esagitati che vedevano fantasmi ovunque. Invece quello, su tutto, è stato il vulnus che ha tramortito Renzi e pure quel referendum del 4 dicembre che ha concentrato le insofferenze di molti italiani che non ne potevano più di quei toni di sufficienza con cui da Roma si guardava a loro.

Poi sappiamo come andata, solo Minniti, con il Governo Gentiloni ha rimesso la barca in navigazione iniziando a dare risposte di cui ancora oggi Salvini gode i benefici e il povero Minniti è costretto quasi a rinnegare per opera decostruttiva dei suoi stessi compagni di partito.

E la pratica di negare l'evidenza dei fatti o di parlare d'altro è tipica di molti esponenti del ceto dirigente del Pd attuale, inebriati dai fumi di un terzomondismo internazionalista, diciamo pure catto comunista, che ha mietuto più danni che bene. Basta leggersi alcune dichiarazioni di Martina a contrasto delle uscite di Salvini, oppure certe invettive da boy scout o da buon cristiano dello stesso Renzi, per non parlare dello schieramento vario della sinistra Pd. Fino ai primi cittadini, come Sala che tendono sempre ad attenuare, sminuire quelli che sono vere e proprie emergenze, anche a Milano, nelle periferie e non solo.

Ecco su questa linea, a parte Minniti, c'è stranamente un grande accordo, una grande alleanza nel Pd. Peccato che è il punto di partenza che ha fatto perdere il Pd e la sinistra in generale in tutta Europa. E stupisce che Renzi indichi in Macron il faro, a cui guardare per fermare i populismi nel Vecchio Continente. Sicuro che è proprio così? Macron, caro Renzi, è un modello fallito pure quello, soprattutto se indicato come modello da prendere a prestito in un altro Paese, l'Italia, dove i passi falsi recenti del presidente della repubblica francese, hanno svelato in Macron un sovranista al cubo, concentrato a salvare gli interessi della Francia perché in competizione con una Le Pen che sta raccogliendo per l'ennesima volta il grande malcontento d'oltralpe. Sicuro, Renzi che Macron è il punto di riferimento di un'altra Europa? Sicuro che tra gli italiani passerà questa convinzione? Sicuro che facendo un programma che parte dall'integrazione degli extracomunitari fino all'accoglienza passando per lo ius soli riuscirà il Pd a offrire una immagine alternativa al populismo corrente?

Renzi non se ne va perché sa che il Pd è spacciato e solo lui lo può ereditare a poco prezzo per farne un partito personale come deve essere qualsiasi partito oggi. In Italia e all'estero. Ma dovrebbe uscire dalle ambiguità.

Primo, dopo una ammissione di responsabilità non è obbligatorio farsi da parte, ma anzi si può coerentemente fare pubblica ammenda e rientrare in gioco.

Secondo, questo passo è necessario per uscire dall'alveo bagnomaria che deteriora ulteriormente l'immagine di un Pd che sta trasformandosi in un caravan serraglio né carne, né pesce.

Terzo, a Renzi gli interessa l'articolo? Perché non si comprende bene. E pensare che per il Pd non c'è alternativa. Comunque un Pd con dentro Renzi, Cuperlo, Orlando e Calenda è impossibile da realizzarsi. Ma ormai perfino con Martina e Gentiloni c'è incompatibilità. Caratteriale e culturale. L'ancoraggio a modi di pensare ideologici per nulla pragmatici.

Quarto, Renzi deve decidersi se sposare la linea Minniti o quella sinistra-sinistra di Del Rio, Martina, sui migranti. E' un passaggio dirimente perché coinvolge un nuovo modo di vedere e pensare. Non ideologico. Ma oggettivo. Cioè interviene su quello che probabilmente Salvini non sarà capace di fare, l'ordine interno. Fermare la criminalità. Acciuffare i clandestini e via elencando. Qui la realtà scotta.

Quinto, Renzi dica con chiarezza che in Italia non c'è stata d'un colpo una vocazione razzista del suo popolo ma una oggettiva presa di coscienza della realtà. Uno l'incapacità di attuare l'integrazione, due la completa solitudine dell'Italia per responsabilità dell'Europa con la quale dopo continui moti d'affetto per risolvere i problemi in verità non è stato mai fatto nulla e quindi l'Italia deve muoversi in autonomia senza per questo rinnegare il valore dell'Europ

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Maurizio Guandalini
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