Perché Renzi, se perde, non molla

Un mio articolo su L'Huffington Post

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Perché Renzi, se perde, non molla

 28/02/2018 15:36 CET | Aggiornato 26 minuti fa

di Maurizio Guandalini - Giornalista, editorialista di Metro e saggista

 

Stiamo ragionando su ipotesi per una delle elezioni più strane e imprevedibili della storia. Proprio per questo Renzi ha fatto bene a mettere le mani avanti. Se perdo non mi dimetto, ha detto ieri il segretario del Pd. Ha capito di non rifare l'errore che fece quando perse il referendum e si dimise da Palazzo Chigi. Una dimissione inutile e dannosa per quello che è venuto poi (a partire dalla campagna elettorale tutta in salita).

Se il Pd il 4 marzo scende sotto il 20%, Renzi non si dimette perché tutto gli si può imputare meno le responsabilità pesanti. A partire dalla strategia delle campagna elettorale per la quale ha adottato il sistema "freno tirato" agevolando come non mai la figura del premier Gentiloni e dei suoi ministri, quando è evidente in tutto il mondo che i governi che si ripresentano davanti ai cittadini di certo non sono premiati. Anzi. Se nel caso odierno arriva il miracolo è tutto un di più.

Il capitolo candidature è quello che conta meno. È una corsa elettorale per aficionados. Si vota il partito e basta. I candidati sono un corollario per altro nemmeno utile allo scopo. I candidati sono un limite in tutte le liste e non un fiore all'occhiello da esporre.

Sull'esposizione di Renzi non c'è molto da dire. Regge il video, il confronto, difficilmente l'interlocutore riesce coglierlo in castagna. Quasi mai per la verità. Lo stesso vale per le interviste sui giornali. Negli incontri pubblici, affollati, dà il suo meglio.

A proposito di quello che Renzi ha detto in campagna elettorale anche qui non ci sono segni di rosso. È stato criticato per quelle che i soprattutto i suoi detrattori additavano come sparate ma in verità era l'unico leader che poteva esporre un carnet di provvedimenti presi difficilmente contestabile, dai diritti a quelli finanziari. Si poteva dire giusto o sbagliato, ma i suoi competitor erano in difetto perché alcuni non hanno mai governato (per gli altri che hanno governato i risultati non si sono visti).

Detto questo, perché Renzi se va sotto il 20% non si deve dimettere? Rimane il partito, la strategia complessiva del centrosinistra. Anche qui però le responsabilità di Renzi sono poche. C'è stata un scissione che andava fatta prima anche attraverso l'espulsione perché si è trascinato in avanti un logorio che ha segnato soprattutto il Pd. Questa è la vera colpa di Renzi: i tempi lunghi del distacco da Bersani&C.

Oggi il partito è a completa trazione renziana. Non c'è strategia di Emiliano, Franceschini e altri che possono mandare a casa il segretario. Gli elettori votano più il Partito di Renzi che il Pd. In realtà i vari Franceschini, Emiliano, Orlando sono dopati nelle loro disponibilità dei bacini elettorali. Eventualmente Renzi dopo il 4 marzo dovrà accelerare la riforma del Pd. E se non si dimetterà questo lo farà velocemente. L'alternativa sarebbe dimettersi e creare un movimento alla Macron con i parlamentari eletti fedelissimi. Ma questa è un'ipotesi che per ora rimane appesa per aria. Da prendere in considerazione proprio in caso di ostacoli insormontabili.

Il Pd locale in questa campagna elettorale ha mostrato grandi limiti. A partire dalla classe dirigente per certi versi ancorata al passato, con uno sguardo rivolto a possibili ricomposizioni con i fuoriusciti. Uno spirito unitario che ha più danneggiato che altro, perché non ha reso limpido il distacco culturale. Lo stesso ragionamento vale per gli amministratori locali, i vari sindaci che presi da onnipotenza si sentono più a dover rispondere a loro stessi che al partito, il Pd, che li ha eletti. Una pratica, questo sì è stato un errore, incentivato dallo stesso Renzi, vuoi per i suoi trascorsi di primo cittadino di Firenze.

Avvertenza. Tutto quello scritto fino a ora è appeso a uno scenario, quello più catastrofico per il Pd. Naturalmente se le cose dovessero andare bene o abbastanza bene, Renzi giocherebbe una partita tutta istituzionale e il Pd, sempre renziano doc, andrebbe nelle mani del leader in attesa e più riconosciuto dalla base: Maria Elena Boschi.

 

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Maurizio Guandalini
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