Pd in confusione permanente

Un mio articolo su L'Huffington Post

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IL BLOG
04/06/2018 11:43 CEST | Aggiornato 26 minuti fa

Pd in confusione permanente

di Maurizio Guandalini - Giornalista, editorialista di Metro e saggista

 

Del fronte repubblicano, o del Cln, contro il pericolo democratico si può già fare senza. Ci ha pensato Mattarella a sistemare la crisi di governo senza che l'istituzione della presidenza della Repubblica sia scalfita di un millimetro.

Quindi la leva per ricompattare un nuovo centrosinistra, una coalizione simil Ulivo e altre formule di alchimia politica sono cadute. Occasione persa, durata un lampo. Meglio così, sarebbe stata una fittizia unità o ricomposizione su temi o slogan generici e un po' nostalgici che non avrebbero portato alcunché. Coprendo quel tanto che, il Pd in primis, si deve fare per ritrovare un briciolo di competitività programmatica e di leadership partendo dall'opposizione.

Attorno al nascente governo giamaica ci sono molte aspettative. Anche di chi non li ha votati. I temi posti all'attenzione non hanno un verso ideologico e quindi alcuni toni drammatici usati dai leader reggenti e no del Pd dove si insinuava la pericolosità e la china destrosa di futuri provvedimenti, sono fuori luogo.

O comunque non l'esprit ideale per ricostruire un centrosinistra alternativo. Sentire qualche giorno fa il presidente del Pd Matteo Orfini, solitamente sul pezzo e mai scentrato, criticare Minniti sul pericolo immigrazione, accusando l'ex ministro di aver creato allarmismo e spianato la strada a Salvini, fa insorgere qualche dubbio sullo stato confusionale di quel Partito.

Non c'è da ciurlare nel manico, caro Orfini. O si vuole disconoscere che il tema immigrati è centrale, c'è, pressante, soprattutto nelle città, nei paesi grandi e piccoli, e la sinistra è arrivata tardi a comprenderlo, solo nel periodo Minniti, oppure ci si incammina sulla strada di negare il problema puntando il dito contro coloro che l'hanno ingigantito. Tipico atteggiamento della vecchia sinistra radical chic contro la quale i militanti dei quartieri popolari che sentono il tema migranti in modo feroce, si sono rivoltati contro.

È uno stato confusionale programmatico e culturale. Preferendo un ritorno a toni e slogan che ringalluzzivano la militanza del '900 senza lasciare traccia in quella odierna. Si è visto nelle due manifestazioni del Pd poco partecipate di Milano e Roma, il 1 giugno, di solidarietà a Mattarella. D'accordo, tanti i pericoli incombenti ma che senso aveva una discesa nelle piazze a pericolo scampato?

Finché il Pd non accelera nel trovare un assetto al partito, una forte leadership, una riorganizzazione delle sezioni locali e provinciali, dove sta prendendo piede una dirigenza che si rifà al passato – i temi delle feste dell'Unità rimaste, sono concentrate, ahinoi, ancora sull'autocritica degli errori commessi, una scusa fallace che serve in particolare alla cosiddetta minoranza del partito a preparare il ribaltone -, in alcuni casi mirata a ricompattare le frange di Leu, della sinistra ecologista e quant'altro che obiettivamente non hanno nulla a che fare con le richieste dei cittadini, il cammino rimane incerto.

Mal percepito dalla gente. Come le uscite di diversi leader del partito che lavorano per sé creando scompiglio e sconcerto per le gravità delle accuse al Pd e ai suoi dirigenti (le dichiarazioni del governatore Emiliano di domenica 3 giugno a Mezz'ora in più sono sconcertanti).

Il busillis sta qui. Il reggente Martina ha fatto dell'unità e del ricompattamento del Partito la sua cifra: ma che serve l'adunata senza disciplina e ordine? Condita attorno, poi, a qualche richiamo nostalgico evocando pericoli di destra? È o no urgente cambiare l'Europa? Come farlo se fino a ora non si sono ottenuti risultati soddisfacenti?

I migranti e la sicurezza nelle città – per le strade, sui treni regionali - sono o no un problema che colpisce i più deboli e i più indigenti? Come risolverlo? La Fornero e una più equa fuoriuscita dal lavoro sono angosce che toccano tante famiglie? No alla flat tax ma allora qual è la riforma fiscale del Pd visto che durante i suoi recenti governi il riaggiustamento dell'Irpef non è pervenuto, sorpassato per importanza da un accorpamento inutile tra Equitalia e Agenzia delle Entrate?

Sul terreno dei programmi e degli assetti è in primis Renzi che deve dire qualcosa. D'accordo i tour nazionali e internazionali ma è chiaro che c'è nell'ex premier un progressivo disinteresse per questo Pd, orientato com'è a lavorare per la Leopolda di ottobre.

Renzi che rimane il dominus del partito deve iniziare a dare risposte concrete. Oppure lasci liberi i suoi fedelissimi e vada come deve andare. Il tempo è scaduto. Serve poco controllare la holding senza fare gli investimenti che contano. Che svoltano la vita. Lo diciamo nella consapevolezza che Renzi rimane una risorsa.

Un protagonista del nostro tempo che dovrebbe impegnarsi a chiudere il Pd per creare finalmente quel Partito della Nazione che era in embrione qualche anno fa, lasciando la sinistra residuale del Pd ad accucciarsi sotto altre insegne. Ha oggi l'ex premier il coraggio di farlo?

Anche perché Salvini sta ripercorrendo la parabola renziana, forse con meno tempo davanti, nel senso che non sappiamo se tra un anno il segretario della Lega sarà sui livelli del 30% dell'elettorato potenziale.

Mentre Renzi salito alla presidenza del consiglio a febbraio 2014, nel maggio-giugno, qualche mese dopo, gli fu consegnato il 41% di consenso alle elezioni europee. Quello fu un consenso veramente disperso con troppa velocità. Su questo dovrebbe riflettere, ma velocemente, il Pd. Lì risiedono le disattese speranze di tanti italiani.

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Maurizio Guandalini
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