Martina si è perso su leadership e cose da fare

 

di Maurizio Guandalini

Nella lettura delle risposte di Martina, segretario del Pd, al forum dell'HuffPost, emerge un procedere a tentativi. Navigare a vista. Gli va dato merito per gli sforzi ma si coglie un mélange, una infornata di progetti e idee che spesso confliggono tra di loro e che sono il motivo, che vive ancora oggi, del travaso di voti dal Pd al Governo gialloverde. Non convincono i mille progetti di comunità, che se ho capito bene sono una sorta di sportello delle lamentele del cittadino, quello che fanno o facevano le associazioni dei consumatori o i sindacati, oggi, dei consulenti fiscali a tempo pieno, per alleviare le pene con la burocrazia che il contribuente incontra nei diversi periodi dell'anno. Non convincono queste forme di confessionale di strada perché attinte da modelli, format ideologici che si richiamano a Corbyn, per citare un leader di sinistra nominato da Martina. Occorre ricordare a Martina che Corbyn è un leader populista, copia fedele dei modi di ragionare del Governo Salvini-Di Maio, una summa di promesse (ad esempio Università gratis per tutti) buttate lì, sospese, senza risposta perché non si capisce dove prenderà i soldi una volta varcata la porta di Dowing Street. Quello che il Pd dice a Salvini-Di Maio, imbonitori della flat tax, reddito di cittadinanza e Fornero.

Stupisce la conversione di Martina, allevato nel progressismo migliorista milanese, verso Corbyn, un parolaio in veste di leader, che si nutre di rendite di posizione, e che probabilmente farà cappotto alle prossime elezioni politiche, per incapacità dei conservatori a gestire la Brexit portata a casa grazie ad un altro inganno populista (fatto di promesse a buon mercato) ingaggiato da Farage e compagni verso la il ceto proletario e in difficoltà, abbindolato dalla faciloneria delle soluzioni strabilianti.

Precisazioni dovute. Quando si riaccende il motore di un partito in panne, il Pd, andrei cauto a travasare modelli di altri partiti o leader. Lo stesso En Marche di Macron, citato da Martina, non gode di consensi pesanti dentro i confini dei cugini d'oltralpe. Anzi da quel progetto occorre prendere al più presto le distanze perché infarcito di retorica e grandeur a buon mercato.

Piuttosto varrebbe la pena sciogliere i nodi ancora attorcigliati che stanno intorno al Pd, a partire dal dato oggettivo che si vuole dimenticare e trascurare ma che è lì grande, un monoblocco di marmo pesante: la leadership.

Secondo una indagine svolta da Demos, di Ilvo Diamanti, due italiani su tre chiedono che il Paese sia guidato da un capo. Gli italiani e la voglia di un uomo forte: i leader oscurano i partiti. Questo fenomeno contraddice con la campagna massiccia svolta da più parti, dentro e fuori il Pd, contro il leader. Contro Renzi quando rappresentava la guida unica, quando interpretava quello che è il sentiment moderno della politica. Ritornare al collettivo si è detto. Alla ditta per dirla alla Bersani. Il capo del partito non deve coincidere con il candidato a capo del Governo. C'è stata un ricca bibliografia in proposito, firmata da quasi tutti gli esponenti del Pd. Sfociata oggi nella guida a termine del partito e con una forma partito mirata ricompattare tutte le correnti, una sorta di tutti dentro indistintamente. Sarà per questo che Martina sostiene che la leadership viene dopo, alla fine di questo processo di trasformazione, più movimento meno partito, da lui annunciato? Il tema della leadership è il punto dirimente collegato stretto al programma, a quello che si dice e che si vuole per il Paese futuro. E allo stesso tempo incide sulla struttura della forma partito. O meglio, sul partito che si vuole. Anche qui Martina, nel corso della sua intervista all'Huffington Post, sorvola, non dice, dimentica.

Occorre ricordare che sul partito del futuro sono uscite diverse posizioni in questi giorni. In modo preponderante l'idea di un partito federalista. Sul modello dei popolari bavaresi. Gli esponenti del Pd dell'Emilia Romagna sono i primi a esercitarsi su questa ipotesi, con un po' di azzardo, aggiungiamo noi, visto che solitamente la richiesta di realizzare un partito federalista, staccato dalla casa madre, c'è, insorge nel momento in cui si raggiungono risultati elettorali eclatanti. Non è il caso dell'Emilia Romagna, dove il Pd procede per sottrazione, avendo lasciato la leadership ai 5 Stelle. Però è una idea da discutere. Certo con le cautele del caso, soprattutto all'interno di un Pd dove regnava confusione e difficoltà di sintesi quando alla guida c'era addirittura un capo indiscusso come Renzi, figuriamoci oggi ricompattare tanti piccoli feudi, con capi locali tesi a salvaguardare l'orto di casa. Il problema non è ispirarsi a Orio Cortes o a Corbyn ma dirimere la matassa di un Pd che tende riacciuffare toni del bel mondo antico della sinistra.

Martina nell'intervista all'HuffPost si chiede come dei volontari di una parrocchia che raccolgono vestiti per i profughi hanno votato in massa la Lega. Dinamica non compresa. Qui Martina non coglie lo sprofondo culturale del Pd che emerge anche in queste ore intento ad alimentare uno scenario italiano composto di razzisti e odio razziale montante che ai conti finali fa più male che bene all'Italia, portando, addirittura, acqua al mulino di Salvini.

Qui emerge quello che è sempre stato il modo di ragionare del Pd e della sinistra in generale che ha portato alla situazione odierna. L'incapacità di tenere insieme legalità, legge, ordine e umanità. Situazione diverse, pesanti, si sono esasperate, nelle periferie in particolare, gravando sui cittadini dei quartieri popolari inascoltati che poi hanno votato Lega. Ripartire come fa Martina ancora dalla contrapposizione conflittuale razzista e anti razzista, come che gli italiani fossero d'un tratto delle belve rancorose, questo flash ci porta a capire che il segretario del Pd non ha compreso fino in fondo la lezione pervenuta dalle urne. Perché non ricordare l'attività pressante e costruttiva, diversa, innestata da Minniti? D'altronde il tema dell'immigrazione era contendibile: non ci sono ricette di destra o di sinistra. Il primo che riesce risolverlo è suo. L'esito degli sbarchi da gennaio a oggi, meno 80% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, è un successo della sinistra. Che va rivendicato, piuttosto che aggregarsi ad appelli ormai diventati delle teste d'ariete per combattere battaglie individuali mediatiche dalle quali il Pd conviene stia alla larga.

Questo è uno dei tanti spunti d'opposizione. Una modalità per far emergere una nuova leadership che, certo, ha strumenti moderni di confronto politico basati anche sulle visualizzazioni o sui like. Come il video citato durante l'intervista da Martina, la visita di Di Maio e Toninelli al cosiddetto Renzi Air Force, l'aereo dell'ex premier, non si capisce se venduto, restituito ai proprietari o stracciato il contratto di leasing sic et sempliciter, tralasciando il danno di penali milionarie, naturalmente a carico del contribuente. In una festa dell'Unità dove ha partecipato Martina, nel milanese, gli è stato chiesto dai militanti piddini perché non ha risposto all'esibizionismo propagandistico dei 5 Stelle contro Renzi. Martina ha tergiversato, dribblato, dicendo che la politica deve muoversi su altri binari. Forse pensa che una risposta possa arrivare dai mille progetti comunità in testa al segretario fino al prossimo Congresso del Pd? Detto fuori dai denti: ci pare che Martina corra spedito a rimuovere il passato recente. Un pericoloso modo di fare che rischia di stracciare quel poco di identità che il Pd si era costruito con i governi Renzi e Gentiloni.

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Maurizio Guandalini
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