Le guerre di Renzi e il ciaone degli amici. E se avesse ragione Matteo?

Un mio articolo su L'Huffington Post

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Le guerre di Renzi e il ciaone degli amici. E se avesse ragione Matteo?

 11/07/2017 10:35 CEST | Aggiornato 22 minuti fa

di Maurizio Guandalini, Giornalista, editorialista di Metro e saggista

HUFFPOST

Siamo messi male. Non gira più.

Mentre Renzi, con le sue proposte uscite dal libro appena pubblicato, era sulle prime pagine dei giornali, era la prima notizia dei telegiornali con i talk che non parlavano altro, un renziano della prima ora mi diceva quel sconfortato: "Siamo messi male. Non gira più".

Gli chiedo cosa dovrebbe fare Renzi per uscire dall'angolo. Cosa diavolo deve inventarsi per risultare simpatico o per trovare la formula che lo rende invincibile. Di fronte alla mia domanda secca, il renzianissmo non riesce che balbettare vaghe formule e riti assurdi della politica.

È la stessa reazione che ho avuto leggendo l'intervista a Claudio Velardi, renziano doc, o l'articolo su Il Foglio di qualche giorno fa. Entrambi critici verso l'ex sindaco di Firenze ma bloccati nell'indicare proposte, idee, metodi nuovi per una ipotetica remuntada. Che vuol dire ritirarsi dal dibattito politico di tutti i giorni e chiudersi a riflettere, oppure star lì a escogitare un marchingegno per ritornare alla vecchia allure del rottamatore? Paiono più critiche salite sul carro di coloro che si stanno applicando al gioco di disfare, destrutturare, qualsiasi cosa che fa l'ex premier dimenticando che è in corso l'opera di distruzione e dileggio nei confronti di Renzi che non ha eguali nella storia politica italiana. Per altro un'operazione che è iniziata ben prima del referendum del 4 dicembre. Una coalizione varia e ampia di interessi e rendite di posizione che ha trovato nell'opposizione, da Fratelli d'Italia passando per i grillini fino ai fuori usciti del Pd, la testa d'ariete più funzionale, raccogliendo elite, centri di potere, lobby varie, passando per i sindacati, associazioni chi ne ha più ne metta, tutte insieme appassionatamente.

Certo che Renzi non è Macron. L'occasione l'ha persa il 4 dicembre dello scorso anno. Ma non è che Macron è questo leader con grande seguito che si dice: rimane un presidente eletto dal 22% dei francesi (se fosse successo da noi cadeva il mondo) che per una concause di circostanze, e fortuna, si trova ad avere nelle mani un potere spropositato. Vero che Renzi non è più quello delle elezioni europee, di quel 40% che raccoglieva speranze un po' ovunque dai partiti. È antistorico voler ritornare ai bei tempi, quando si sa che i bei tempi non ritorneranno più. Ora Renzi deve fare un lavoro di posizione. Riposizionare il Pd e raccogliere i sentiment popolari, da qualsiasi parte essi provengano. Per questo è assurdo parlare anche di slogan di destra o leghisti o altre sciocchezze del genere.

Renzi ha utilizzato l'uscita del suo libro per ritornare al centro del dibattito politico (e ce l'ha fatta) e dettare lui l'agenda sui temi che saranno dominanti nella prossima campagna elettorale ormai iniziata: i soldi degli italiani e i migranti. Per questo è entrato a pié pari nel contrastare l'Europa proponendo di stracciare il fiscal compact (l'origine di tutti i mali in economia) e chiudere le barriere d'ingresso agli immigrati. Buon senso solo buon senso. Non c'è destra e sinistra che tengano. Qui Renzi è arrivato in ritardo, noi lo scrivevamo più di un anno fa mentre l'ex premier copiava gli intercalari papali sull'accoglienza. Ma nel frattempo i comuni, molti a guida Pd, ribollivano. Non erano in grado di reggere all'arrivo di gente da tenere dentro case e alberghi a far nulla, senza prospettiva alcuna dietro l'angolo (perché le strategie, in merito, dell'Europa non ci sono e non ci saranno mai).

Fino all'uscita del filantropo Bill Gates che di destra non è e che ha consigliato all'Europa di non fare entrare gli immigrati creando delle vaghe illusioni, meglio proseguire nell'aiutarli a casa loro con investimenti che creano lavoro e quindi reddito. Anche qui niente di nuovo sotto il sole. Si tratta della cooperazione internazionale, un vintage, pure questo, né di destra né di sinistra.

Fin qui la partita di Renzi relativa alla campagna elettorale. Ma movimenti dell'ex Sindaco di Firenze si notano anche dentro il Pd, dopo l'ultima direzione di partito.

Qui lo scatto di Renzi era atteso. Da anni, per la verità. Da quando prese le redini del Pd. Mettere in riga non tanto le minoranze o chi non è d'accordo con la linea del segretario, ma non avere pietà, non essere inclusivo verso chi fa gazzarra dentro il partito e non si uniforma alle scelte della maggioranza instaurando una sorta di dibattito continuo per logorare la guida del partito stesso. Praticamente il refrain sentito e usato da tutti coloro che sono fuoriusciti dal Pd.

Ora a seguire quel spartito sono rimasti Orlando, al quale si è aggiunto il last minute di Franceschini. Non citiamo Emiliano perché fa repubblica a sé. Oggi qua, domani là. Il punto è che il Pd è un partito paralizzato sul motivo della discussione interna. Senza limiti. Basta che si va contro il segretario. Un metodo che ha stancato anche i più fervidi detrattori di Renzi. Così non si va da nessuna parte, altroché senza coalizione si va a sbattere, come intasano la discussione i ministri della Giustizia e quello dei Beni culturali: ma se non c'è accordo dentro il Pd vogliamo gettare ponti in una ipotetica coalizione di centrosinistra? Valga da esempio il già visto che si sta ripresentando dentro il partito. Leggevo qualche giorno fa sul giornale locale, Gazzetta di Mantova, la cronaca di un incontro tenuto da un onorevole del posto, del Pd, che ha riunito la corrente di minoranza (quella che fa capo a Cuperlo e Orlando) al grido di battaglia: organizziamoci dentro il Pd. Insomma invece di lavorare per il Pd e contrastare le opposizioni si vuole fare un partito dentro il partito. Perché?

Nei prossimi mesi sarebbe bene anche chiedere una moratoria dei mass media, giornali e talk, che hanno ingigantito questa sorta di gossip politico attorno al Pd e al segretario dopando fuori misura il ruolo e i movimenti delle minoranze. È naturale che all'informazione fa gioco seguire le minoranze e, i suoi leader, vivono, si sentono protagonisti rimestando nel continuo contraltare da podio della polemichetta pubblica. Già con la fine della direzione in streaming si è fatto un buon passo. Ora all'informazione il senso di responsabilità. E il limite.

La politica sarà dieci mesi di campagna elettorale. Senza una legge elettorale e senza sapere quindi chi, come quando governare. Una roulette russa. Al buio. Anche per questo discutere di coalizione come fa ininterrottamente il centrosinistra è qualcosa di ultroneo. Superfluo. Saranno altri i temi di discussione stringente. I programmi, faranno la differenza. E qui ci sarà poco da trovare accordi con Bersani e Pisapia dove è chiaro vi sono distanze siderali sulle questioni di merito.

Lasciamo stare. Ritorniamo con i piedi per terra. Il Pd in particolare dovrà attrezzarsi nei prossimi mesi, avendo per le mani un'arma a doppio taglio che è però un vantaggio: la guida del Governo. E qualcosa da mettere in cantiere che rientra nelle idee di Renzi uscite dal suo libro c'è. Ad esempio dimostrare nei fatti come uscire da una matassa senza eguali che sta provocando lacerazioni e feriti: quella dei migranti. Se si riesce dare un taglio netto su questo fronte senza cadere nei tempi lunghi, terreno sul quale giocano i partner europei per allungare il brodo, il Pd sarà in grado di dare un saggio di come si potrà ridisegnare una Europa che sta prendendo la piega marcata di una guida Merkel, di certo il peggiore dei mali possibili.

Quella Merkel con il quale Berlusconi siede a fianco nel partito popolare europeo e in Parlamento a Bruxelles: cari Franceschini e Orlando parlare di questo, fare campagna elettorale su queste contraddizioni dell'avversario politico non è più vantaggioso per il Pd che fare le sedute psicanalitiche sulle alleanze con Pisapia o con i suoi amici?

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Maurizio Guandalini
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