L’Etruria è la solita guerra contro Renzi

Un mio articolo su l'Huffington Post

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L’Etruria è la solita guerra contro Renzi

 16/12/2017 10:02 CET

di Maurizio Guandalini - Giornalista, editorialista di Metro e saggista

È una china che non si riesce cambiare. Contro Renzi. Lo è stato prima, lo è ora e lo sarà domani. C'è una alleanza trasversale. Di peso. Che non guarda in faccia nessuno. E che ha preso forza dopo la vittoria dei No al referendum costituzionale di un anno fa. Basta leggere gli editoriali. Guardare, non più di qualche minuto, un talk televisivo. Osservare il catenaccio dei conduttori, leader dei loro programmi.

La fissa è Renzi. Il male di tutto è Renzi. È Renzi che si deve correggere. È Renzi che non ce la potrà mai fare a vincere. Renzi, quello che promette e non mantiene. Con risatina del conduttore e applauso in sala. Gli stessi ospiti dei talk, mi ci metto anch'io visto che partecipo, perdono lo smalto dei tempi migliori, quello delle analisi e delle riflessioni illuminate, preferendo il facile populismo contro il perdente bersaglio, il male dei mali: Renzi. Possibile correre verso le elezioni in queste condizioni?

Prendiamo il caso Boschi – Etruria. Lo sporco degli istituti di credito è la piccolissima banca Toscana dove ha comandato, per poco, il padre di Maria Elena Boschi, sottosegretario della Presidenza del Consiglio. A oggi, dopo un parlato fuori misura, non ho ancora capito le colpe della Boschi figlia.

Cosa ha fatto in concreto? Ha ricevuto avvisi di garanzia? Deve presentarsi a processo? Eppure Boschi, sempre Boschi. Fino al duello tv con Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano. Lì è emerso che pure l'ennesima rivelazione di Vegas, capo della Consob, di averla incontrata è un soufflé venuto male. Forse montato ad arte dallo stesso Vegas che verso il renzismo, e Renzi verso di lui, non hanno manifestato un'alta corresponsione d'amorosi sensi?

Si sa quando saltano gli stracci per un fine carriera imminente non si risparmia nessuno, chi se ne importa se quello che si dice è rilevante o cambia qualcosa, basta far rumore e discuterne per settimane inzuppando pagine e sedie dei dibattiti.

A la 7, dalla Gruber, c'è il più anti Renzi in circolazione, Travaglio e la più renzista d'attacco, la Boschi: può saltare fuori il solito scontro da fiction spettacolare. Ma nel merito, il contendere, non c'è. Se non una avversione reciproca dei due nemici. In questo caso, però, il match è vinto alla grande dalla sottosegretaria, lasciando al direttore del Fatto l'astio quasi incontrollabile nei suoi confronti, certo, ma soprattutto verso Renzi.

Da questo duello rusticano possiamo trarre conclusioni che i mondi dell'informazione e della politica potrebbero far proprio. Sono ancora in tempo.

Prima di tutto accantonare bisbigli e pettegolezzi sul nulla. Il tema banche è ben più grande di Etruria e Boschi e se cominciamo a scartabellare all'indietro, di venti o trent'anni ne vedremo delle belle: commentatori moralisti, politici integerrimi, riserve dello Stato brillanti, guide spirituali in pectore salterebbero in un solo istante viste le tante responsabilità a loro carico. Viene quasi il sospetto che sia voluto ridurre la discussione su Boschi-Etruria, per evitare che la discussione sulla ciccia possa coinvolgerli.

Secondo risvolto da fare: darsi un limite nella polemica contro Renzi e il renzismo, soprattutto guardando al dopo. Al domani. Premessa. Non comprendo questi slanci dall'universo mondo, perfino da Berlusconi, verso Gentiloni. Brava persona. Ma pensare che si possa attraversare il Mar Rosso impetuoso che avremo davanti con quei modi quasi assenti è come aver visto nel premier in carica un tipo che lascia fare a tutti, senza mettere paletti saldi che una guida certa e sicura richiede.

Lo diciamo perché anche qui occorre guardare di grazia quello che il governo in carica ha fatto, praticamente ha licenziato i decreti attuativi, non tutti, del lavoro impostato da Renzi. Fine. Ma la circolazione delle idee contemporanea è vincolata alla costruzione di una trama utile a sostenere una certa idea di Italia che si vuole far passare.

È la rappresentazione della realtà. Non la realtà. La discussione sulla povertà è un esempio. Ogni giorno salta fuori una ricerca sui poveri: 8, 10, l'altro giorno 18 milioni di italiani che potenzialmente possono cadere nel baratro. Potenzialmente. Se quello è il metro vuol dire che possiamo inserire tutti i 60 milioni di italiani dentro quel girone pericoloso.

Del diman non v'è certezza. Ma è la piega della discussione che batte da anni sul baratro, sulla disperazione, sull'Italia piegata, sui giovani che se ne vanno, sulla politica che ruba solo i vitalizi. Batti e ribatti vuoi vedere che pure colui che ne è immune ci cade convinto in piena disperazione da miseria prossima ventura? E non c'è un indicatore dell'informazione, di dibattito che calchi, dopo una verifica attenta dei dati, sul fatto che il Paese si è rialzato, che la gente spende, che il lavoro c'è ma che spesso viene snobbato dai nostri giovani, che i dati buoni ci sono ma che forse gli italiani sono così plasmati verso la negatività che conviene per montare quella drammaturgia informativa che dicevamo prima, che a nessuno passa per la testa di scacciarla.

E chi è il responsabile di questa povertà? Il governo Renzi. Renzi, sempre lui. Che parlava ma non manteneva. Una delusione, sento dire da alcun fan durati per qualche ora soltanto. Invece piace, coram populo l'idea che vi sia un redivivo Berlusconi, anche qui senza grandi capacità critiche dell'informazione nel giudicare quello che non ha fatto in 25 di vita politica.

Lo stesso vale per i 5 Stelle. I sondaggi (forse un po' dopati no?) li vedono sempre in crescita. Tappeti rossi ai loro leader. A Di Maio che in alcuni salotti tv è riverito come il novello Macron. Se le gaffe e l'impreparazione di Renzi raggiungesse la cifra d'asta di Di Maio sarebbe bastonato H24. Basti ricordare le critiche per il suo inglese.

Il risultato è la sensazione di stare dentro a un Grande Fratello, un presepe funzionale per discussioni di giornata, da social bar dello sport, a vision ridotta. Inconsapevoli del ruolo. Spingere la discussione verso determinate direzioni senza tener presente il domani e chi potenzialmente si prenderà tra le mani i problemi del Paese, in un qualche modo genera forme degenerative di populismo d'accatto nelle mani, in alcuni casi, di soggetti, o formazioni politiche, poco raccomandabili.

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Maurizio Guandalini
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