L’Assemblea, Zingaretti, e altri, di un Pd che somiglia a un Leu allargato

Un mio articolo su L'Huffington Post

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IL BLOG
04/07/2018 10:59 CEST | Aggiornato 7 minuti fa

L’Assemblea, Zingaretti, e altri, di un Pd che somiglia a un Leu allargato

di Maurizio Guandalini - Giornalista, editorialista di Metro e saggista

Non ho capito, sostenendo Zingaretti, come rinascerà il Pd. Non l'ho capito perché il presidente della Regione Lazio, forse, ha molti dubbi pure lui. Sarà come sostiene Damilano su l'Espresso che la sinistra ha perso le sue radici e le sue ali per questo in Italia non esiste più. Ma le ha perse, le radici, perché da un lato è fallito il suo progetto ideale e, dall'altro, perché il suo elettorato di riferimento non ne sente più la necessità di quelle pantomime e liturgie ideologiche. Se fosse vero il contrario Leu, i fuoriusciti dal Pd capeggiati da Speranza, Bersani e D'Alema avrebbero preso cifre iperboliche.

Si ritorna quindi all'inizio. Come ricostruire una alleanza, una formazione, un programma che abbia al centro il rilancio della sinistra. Come farlo se non se ne sente la necessità?

La candidatura di Zingaretti non ha alcun effetto speciale e anzi rischia di morire sul nascere. Prima di tutto non c'è alcun metodo Lazio. Zingaretti ha vinto le regionali perché la destra non si è coalizzata. E poi c'è il contenuto, in difetto. Lento, rivolto al passato. Un Leu allargato. Si è letto da più parti che il Governatore partirà dalle sezioni. Quali? E cosa andrà a dire? Che farà un partito derenzizzato. Questo sarebbe un programma di rinascita?

Di fronte a un partito, militante, che è renziano al 90% è controproducente. Quando diciamo renziano vuol dire che non ha più la vecchia idea di partito e di classe dirigente che è rimasta tale dal Pci fino al Pd. E con chi vuole realizzare la sua traversata, Zingaretti? Insieme alla classe dirigente attuale?

Non ci rifaremo alle teorie disfattiste per ogni stagione di Massimo Cacciari che caccerebbe tutta la classe dirigente di oggi del Pd. Ma siamo poco lontani. Occorre che quella classe dirigente prenda coscienza che è finita. E vale pure per Zingaretti. Che vuol dire il fratello del commissario Montalbano quando afferma di voler "scrivere un manifesto che va discusso, arricchito e corretto in diecimila agorà"?

Aiuto. Nessun processo ma una consapevolezza, una presa d'atto che pure la loro presenza, la cantilenante modalità di porsi, di proporsi, di affrontare i diversi temi, gli errori a ripetizione, il linguaggio sono più di un motivo per abbandonare la nave.

Giorni fa in un dibattito a Omnibus su la 7 l'ex ministro della Giustizia Orlando per spiegare la differenza tra sinistra e destra ha detto che in un quartiere a rischio la destra manderebbe dei poliziotti e installerebbe le telecamere. La sinistra manderebbe più assistenti sociali. Orlando dovrebbe porsi il problema se la sinistra può rinascere con modelli di analisi così ideologici, obsoleti e datati.

Quel Orlando che chiede ancora una riflessione profonda sulla sconfitta elettorale del Pd non si pone il problema se un Pd con lui può puntare a una rinascita vigorosa. Lo stesso vale per altri dirigenti. Perfino Gentiloni non ha la verve, l'aggancio, la capacità di uscire dai schemi classici, troppo governativi che le ultime elezioni hanno spazzato via per sempre. Una grande coalizione che va da Leu ai moderati, ma che fritto misto salterebbe fuori Presidente?

A una intervista al Corriere della Sera, Zingaretti parla di democrazia in pericolo. Di populisti che agiranno in chiave autoritaria per ipotizzare - tipico dei dirigenti di sinistra la supponenza togliattiana senza essere Togliatti, di vedere sempre oltre con certezza – una prossima divisione con i 5 Stelle con i quali confrontarsi.

Prima di spendersi sulla pelle della democrazia di questo Paese c'è da procedere cauti. Non c'è alcun pericolo democratico. Sono lenti distorte. Che fanno pendant con le dichiarazioni della Serracchiani su Pontida che, in divenire, l'ha paragonata ai raduni nazisti. O alle compassionevoli parole di circostanza, sempre quelle, di Martina "Lavoriamo con Ong e restiamo umani. Per una vera politica europea per le migrazioni". Martina dimentica che è da anni che si dice di lottare per una vera politica europea per le migrazioni, salvo poi disattendere con puntualità quei propositi.

Attenzione che la politica di Salvini (e dei 5 Stelle) non è per una stagione breve e soprattutto catalizza consenso a sinistra perché modulata in modo intelligente. Non a caso Salvini alla vittoria delle italiane di colore nella staffetta ha risposto bravissime e ha così proseguito "tutti hanno capito che il problema è la presenza di centinaia di migliaia d'immigrati clandestini che non scappano dalla guerra, non certo ragazze e ragazzi che prescindendo dal colore della pelle fanno crescere il Paese".

Stessa lunghezza d'onda degli italiani (e degli immigrati regolari) che non sono razzisti ma vogliono semplicemente un po' d'ordine e il rispetto della legge. Minniti ha cercato di dirlo e farlo, oggi è stato costretto dai suoi compagni di partito, a vergognarsene.

E un ragionamento simile va fatto anche per i 5 Stelle che non sono pronti ad alcuna scissione o scavallo a favore del Pd. Pie illusioni. Fico rappresenta un ristretta minoranza. Quelli di sinistra che hanno dato il voto ai 5 stelle e oggi hanno annunciato all'universo mondo che non lo daranno mai più hanno fatto solo un caos mediatico che è la voce anche qui di ristrettissima minoranza che quasi non automaticamente ritornerebbe nelle braccia del Pd. Il Movimento 5 Stelle è un partito fortemente autoreferenziale che se la suona e se la canta e chi ne fa parte e lo sostiene lo farà nei secoli fedele. Ne siamo certi.

Per finire rimane l'incognita partito del Pd. Cioè lo stato dell'arte sul territorio. E qui ci ripromettiamo di affrontarlo in un altro post. Vogliamo accennare che malgrado gli sforzi anche di autoanalisi del partito c'è una riproposizione a livello locale di schemi del passato. Infatti di fronte a sezioni quasi scomparse, si riaffacciano dirigenti o esponenti di minoranze del partito che stanno coalizzando l'idea del vecchio partito, con slogan vuoti, internazionalisti o terzamondisti che francamente se ne può fare a meno.

Quasi una forzata ricerca di una identità che guarda al passato. Sull'altra sponda ci stanno i sindaci e il ceto amministrativo che si muovono per loro conto. Avendo capito che di fronte a un partito che non c'è devono fare da soli. Ricalcando il format che è stato fino ad ora, dove nei paesi e nelle città il Pd non conta nulla e il punto di riferimento sono i sindaci.

Questo è stato un errore grossolano di Renzi che del Pd non gliene mai interessato nulla. Per comodità ha fatto leva sui sindaci destrutturando volontariamente la funzione del partito sul territorio. Consigliamo a chi dentro il Pd vuole ripartire dai sindaci di andarci cauto. Perché l'affidabilità e la fedeltà al partito è relativa. Oltre ad avere metodi e strumenti di ragionamento individualisti e personalistici, effetto anche della legge elettorale dei comuni.

Così il Pd tenta di rinascere con un grande assente: Renzi. Una stagione è passata pure per lui. Non ci sono grandi spazi in un partito a trazione diversa da Renzi. Lo diciamo anche a Zingaretti che presto o tardi dovrà dire cosa fare. Dare un programma al Pd che ha in testa. Partendo però da quello che ha fatto il centrosinistra, per lo più tendenza Renzi.

La grande paura dello sbarco migranti è sventolata da Salvini in un periodo, questo, dove si registra il più basso numero di sbarchi. Grazie alle politiche di Minniti. I provvedimenti per il lavoro, il cosiddetto decreto dignità, è approvato il giorno dove i dati Istat dimostrano che la disoccupazione mai è stata così bassa nel nostro Paese. Grazie al jobs act del Governo Renzi.

L'assemblea del Pd del 7 luglio, Zingaretti, gli altri candidati papabili in una ipotesi di rinascita della sinistra, del centrosinistra, del Pd, non possono prescindere dai tronconi di programma del governo Renzi e dall'attività del ministro Minniti. Se non si parte da lì la sinistra è costretta rincorrere Di Maio è quei provvedimento dal sapore di una sinistra alla Camusso, sindacalese, di una volta, inconsapevole di portare meno lavoro e più danni al Paese.

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Maurizio Guandalini
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