Il Pd e l'illusorio unanimismo di piazza del Popolo

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01/10/2018 12:37 CEST | Aggiornato 52 minuti fa

Il Pd e l’illusorio unanimismo di piazza del Popolo

di Maurizio Guandalini/Giornalista, editorialista di Metro e saggista

La manifestazione del Pd, del 30 settembre, più che un tentativo di opposizione è un sano diversivo. Un unanimismo fideistico di partito ritrovato, ma costruito su un artifizio tipico dagli sconfitti alle elezioni: contro il Governo dell'odio, contro un Governo pericoloso per la democrazia. Della serie quando il partito è in difficoltà interna (per la verità mai quanto oggi), si sposta l'attenzione su altro, attraverso una prova muscolare di massa. La piazza. La manifestazione. Prima Berlusconi e ora il Governo giallo verde. Chiediamo al Pd: e da oggi, senza la piazza, che c'è? Che si fa? C'è un partito rigenerato? Un approdo serio, definito, certo? Tutti insieme appassionatamente con leader forte e una proposta politica condivisa? Il Pd rimane a distanze siderali dal sentire comune. Un esempio? La politica verso i migranti. Originariamente, quando Martina calendarizzò la manifestazione, lo fece come reazione agli amorosi sensi tra Salvini e Orban. A tal proposito il professore D'Alimonte ha chiesto agli elettori del Pd di collocarsi sull'immigrazione. E' emerso che l'80% non si riconosce nel partito. Quella piazza del Popolo a Roma che chiedeva unità, è consapevole che quei dirigenti sul palco la pensano diametralmente all'opposto da loro. Può l'appello vago all'unità risolvere la frammentazione culturale e ideale del Pd? Solo negli ultimi giorni, dopo il varo della manovra finanziaria, Martina ha fatto una inversione e ha trasformato la manifestazione del 30 settembre contro il Governo del deficit e del baratro finanziario. Ma le proposte del Pd quali sono? Quelle di Renzi, quelle di Calenda, quelle di Orlando o Zingaretti? Meglio Corbyn o Macron? Si va verso alleanze con i grillini o con quel mondo il dialogo è chiuso? Avremmo preferito che il Pd sciogliesse alla svelta il suo destino senza cincischiare nei dintorni di una falso unanimismo di piazza. Martina si affida a uno sbrigativo "abbiamo capito la lezione voltiamo pagina". No, non è così. Un partito che implode perché non è capace di stare insieme non si è mai visto. Quando una classe dirigente si riduce a tanto fino a svuotare la funzione del partito d'appartenenza, allora va spazzato via tutto quanto. Etica e morale lo esigono.

A conti fatti, Orfini aveva ragione. Il Pd andrebbe sciolto. Per incompatibilità caratteriale. Latente. Il valzer delle cene è stato paradigmatico del coma in cui versa il Pd. C'è, ormai, tra i vari protagonisti di quel partito una diffidenza, una insopportabilità reciproca che, chiunque prenda le redini, e lo guidi, con una proposta politica, è destinato a fallire. Matteo Renzi a Otto e Mezzo, su la 7, ha detto di essere contrario a Zingaretti segretario, per le sue ambiguità verso i 5 Stelle, ma che, in caso di vittoria, lo sosterrà. Come sarà possibile che Renzi sostenga la strategia di Zingaretti di dialogo verso i 5 Stelle (Di Maio ha dichiarato che il Pd ha lasciato solo macerie), come parte sostanziale di una politica di rimonta del Pd? E' evidente che vi sono dentro il partito opposti inconciliabili. Quindi la traccia di Orfini di sciogliere il Pd e rifondarlo, parte da presupposti corretti. Così stando le cose le primarie e il congresso sono la riproposizione di una discussione infinita sul nulla, il pretesto per una resa dei conti tra correnti e quindi tra persone, senza eserciti, che non appassiona, e non crea quell'appeal utile a catturare consensi. Anzi dà fiato a un nuovo percorso divisivo. Il motivo di questo crack è nella trascuratezza della patologia generata durante la segreteria Renzi. In quel percorso la classe dirigente, di maggioranza e di opposizione interna, è andata in tilt, senza curarsi degli interessi del partito ma osservando solo i destini dei singoli leader alimentando divisioni, contrasti, sgambetti che, oggi, di fronte a un congresso e un segretario si riproporrebbero amplificati.

Il Pd è una scatola vuota. E per il destino del partito c'è un vivo disinteresse. Basti osservare lo slancio e la passione con cui ogni singolo dirigente si è costruito la propria fondazione o associazione, con annessi eventi e raccolta sponsor, con la scusa che trattasi di pensatoi che portano dei contributi culturali al Pd. Così è stato Massimo D'Alema con la sua fondazione Italiani-Europei fino alla Leopolda di Matteo Renzi (nelle sue enews, quando scrive di programmi e di proposte future, rimanda all'appuntamento di Firenze non al Congresso del Pd) passando per i cenacoli di Franceschini, di Martina e di Letta. Perché non mettere quelle smisurate forze ed energie dentro il Pd?

L'operazione scioglimento del Pd non è semplice. Ci sono aspetti procedurali e tecnico amministrativi insormontabili. Non dimentichiamo che sul Pd incombe ancora la mancata soluzione, ruolo e destino, delle fondazioni Ds e fondazioni Margherita che detengono la cassaforte immobiliare, centinaia di milioni di euro, di quelle due forze politiche sciolte negli anni scorsi (una proposta facile sarebbe il ritorno a Ds e Margherita, ma inghippi ce ne sarebbero anche in questa apparente soluzione). Collegato, c'è la situazione economica del Pd. Centinaia di posti di lavoro a rischio. Le sezioni chiuse. Funzionariato a macchia di leopardo. Anche perché le feste dell'Unità, pur tenute in piedi all'interno di una contraddizione palpabile (per quale Pd? e soprattutto feste dell'Unità, di un giornale che non c'è più) si fanno sempre meno e gli incassi sono in precario equilibrio: in parte, una conseguenza determinata dal problema irrisolto delle fondazioni che, spesso, affittano aree e stabili al Pd.

Per questo, e altro, durante una ipotetica fase di scioglimento del Pd i dirigenti di oggi e quelli passati, con gli addentati dei capi correnti e dei vice, dovrebbero farsi da parte. Disinteressarsi a qualsiasi processo costitutivo di altri soggetti. Solo così vi sarà una netta rigenerazione. Oggi un cammino pieno di incognite, soprattutto per le carriere politiche di molti. Utopico. Una via di mezzo, dopo lo scioglimento, potrebbe essere la nascita di due o tre partiti, ognuno con leader forti, spediti a costruire una alternativa politica. Ma il minimo comune denominatore deve essere uno solo: resettare, ripartire e creare partiti con una classe dirigente che si ripropone attraverso nuove relazioni improntate all'ordine e alla disciplina interna, votati a un marketing politico inverso al tafazzismo imperante che ha caratterizzato il Pd nell'ultimo decennio. Chi troverà il coraggio di provarci?

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Maurizio Guandalini
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