Il Pd dei poveri che devono rimanere poveri

Un mio articolo su l'Huffington Post

https://www.huffingtonpost.it/maurizio-guandalini/il-pd-dei-poveri-che-d...

IL BLOG
19/07/2018 10:58 CEST | Aggiornato 14 minuti fa

Il Pd dei poveri che devono rimanere poveri

di Maurizio Guandalini/ Giornalista, editorialista di Metro e saggista

Il valore del fatto è il fare. Il Pd contemporaneo si muove per suggestioni simboliche su sollecitazioni masochistiche. Come faceva il Pci. Una donna iscritta in una sezione della periferia romana fa un intervento incendiariodurante una assemblea nazionale del Pd dicendo peste e corna ai dirigenti del partito e quindi il nuovo Pd, quello della remuntada, fa la segreteria una riunione nella periferia romana. Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?

Le periferie, il malato, il povero, il giovane indignato di Napoli: un partito che procede per pezzi dimenticando che la sua vocazione è e rimane nazionale segnala dei forti limiti reputazionali. Da espiare. Il Pd al governo ha fatto molto. Ma non è riuscito a scalciare la sua cultura cattocomunista. Quella che preferisce dare la mancia al povero piuttosto di farlo uscire dalla sua condizione di povertà.

È il medesimo format della storia dei profughi. Accoglienza, accoglienza senza interessarsi che al migrante una volta sul suolo italiano gli va dato un lavoro, casa e non assistenza a vita in hotel nei vari paesi. Non c'è quella visione che servirebbe per limitare quello che è accaduto da copione: degrado delle periferie che diventano palestra dei peggiori misfatti, criminalità, insicurezza e paura. Guarda caso a danno di chi ha difficoltà. Di chi abita nelle case popolari delle periferie appunto, inascoltati quando denunciavano il blob che aumentava vicino a loro.

E non può essere la stessa classe dirigente Pd, Martina compreso, anche Zingaretti, in parte lo stesso Renzi, che si può fare interprete di un rinnovamento, di un cambiamento di quel partito che è rimasto per molti versi rivolto con lo sguardo al passato.

Prendiamo un problema che interessa le periferie. Parte di quella popolazione che il Pd non rappresenta più e che vorrebbe ritornare a rappresentare. Nelle periferie di tutte le città, piccole-medie-grandi, ci stanno le case popolari. Una intuizione, anni 50-60 del democristiano Fanfani. Che sanciva il diritto, per chi aveva difficoltà economiche, di abitare e di esserne proprietario (attraverso il riscatto delle trattenute gescal) di una casa.

Dagli anni Settanta in poi la politica delle case popolari si è liquefatta. Non ha interessato le classe dirigente. Tramutando gli istituti regionali che gestiscono le case popolari dei baracconi a fondi perduto chiamati a fare loro le politiche delle periferie con tutti i danni che vediamo.

E la politica oggi sta rispondendo al caos con modi da socialismo reale, tutta la politica, indistintamente, prendendosela con i deboli. Ricattando i poveri inquilini anziani che ci abitano da 30-40 anni. Agitando spauracchi. Del tipo: presentate l'Isee perché se superate la soglia sarete cacciati (ma cosa c'entra trasferire l'Isee su un diritto di locazione, sottoscritto in un contratto il cui godimento non è sottomesso a verifiche patrimoniali biennali).

È trasversale in ogni regione italiana, dalla Lombardia passando per l'Emilia Romagna fino alla Toscana. Invece di riconoscere un diritto a chi abita in quelle case, fare di tutto, per esempio perché diventino proprietari della casa che abitano (responsabilizzazione, proprietà è un modo per uscire dal degrado), preferiscono accendere una guerra tra poveri (che grandi patrimoni credono di trovare nelle case popolari? Ma uno che ha un po' di soldi per quale motivo deve continuare ad abitare in case fatiscenti che perdono pezzi?), mettere in discussione il diritto (a gente che ci vive da quarant'anni) di abitarci perché, castroneria delle castroneria, abitare in una casa popolare non è per sempre.

Ma come, le case popolari sono costruite per venire incontro anche agli sfratti e tu istituto delle case popolari, Stato o regione che sia, che fai, alimenti tu stesso la politica degli sfratti cacciando gente che supera di mille o due mila euro la cosiddetta soglia Isee? In queste vicende c'è tutto l'approccio della classe politica, in particolare quella di sinistra che dovrebbe essere più vicina in chi è condizioni difficili, per risolvere i problemi. Invece di farti uscire dalla condizione di povertà vuole che tu ci rimanga in una condizione di sudditanza di concessione che lo Stato di volta in volta fa se rimani appunto in condizioni di povertà.

Una classe dirigente (compreso il sindacato che in questi spazi ci sguazza) di sinistra che si rispetti innesta una marcia diversa. Per lo meno si rifà alle politiche di Fanfani che non era leninista e nemmeno un rivoluzionario contro la proprietà privata.

Matteo Renzi su molti temi, a partire dal lavoro con il jobs act e sul piano fiscale, ha tentato di invertire la rotta facendo uscire il Pd dalle secche della sinistra tradizionale. Dai ragionamenti contorti. Avvitanti. Su questo punto sono insorte quelle poi sono diventate, oggi, le incompatibilità caratteriali tra i vari dirigenti del Partito.

La vecchia classe dirigente interprete di un sentiment non più in linea con i desiderata dell'elettorato tradizionale, si è sentita usurpata del suo ruolo. Il venir meno della classicità dei temi. E da qui è nata la storia dei valori e della ditta. Diciamo che Renzi non è stato in grado di fare l'ultimo strappo. Proprio su temi come l'immigrazione è rimasto vittima di vecchi sentimentalismi e ideologismi. Che riaffiorano nella disputa odierna del Pd dove guarda caso le varie anime del partito si trovano tutte d'accordo sul modo di agire su questo tema (dal renziano Del Rio al sinistra-sinistra Orlando). Cioè su un tema dove hanno una strategia fallimentare c'è comunità d'intenti. Un caso? Il solo uscito dal coro che ha offerto una strategia diversa, di sinistra è stato Minniti ed è stato massacrato dai suoi compagni di partito. Un caso?

Per questo e per altro ha ragione Calenda nel dire che serve una classe dirigente completamente nuova (anche Gentiloni, caro Calenda, non c'entra nulla con il nuovo Pd che dovrebbe nascere) che rifà un nuovo partito ma staccato dal passato. Leggere Cuperlo, ultimo segretario della federazione giovanile comunista italiana, entrato nella nuova segreteria del Pd, affermare in una intervista al Fatto Quotidiano, che Renzi è il passato, ci viene da pensare in che modo il Pd contemporaneo vorrebbe uscire dal guado. Lo chiediamo anche a Martina che ha inserito Cuperlo in segreteria e in qualche modo ha sancito il format del futuro Pd: tutti dentro per una politica in retromarcia.

Ma ritornare sul luogo del delitto riproponendo di fatto politiche ideologiche, vecchi armamentari di linguaggio e simboli che lasciano il tempo che trovano (come fare la segreteria Pd in periferia) è il solo modo per confermare la poco conoscenza dell'elettorato di sinistra che nel frattempo riconosce a un miglio il solito ceto politico.

Blog di: 
Maurizio Guandalini
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