I talk tv, Papeete beach della politica. Senza pensieri

di Maurizio Guandalini

Odio, rabbia e rancore. Populismo. La tv che ha spento il capitale sociale. Lo spunto da un articolo su Avvenire della sociologa Elisa Manna. Illuminiamo, noi, i danni della televisione “all talk”. Caratterizzazione singolare, unica, italiana. Paradigma del papeete beach della politica contemporanea.

Giorni fa il sociologo Domenico De Masi, buon frequentatore dei salotti catodici, in più programmi dove era ospite, se ne è uscito bollando come ripetitivi e noiosi i caminetti di giornalisti, opinionisti, esperti (inclusi sociologici, n.d.r.) che parlano del nulla, intrattenuti nella cronaca degli screzi di Di Maio e Salvini, e del corollario artificiale che li circonda. Consigliamo al professore un metodo infallibile: rinunciare a partecipare ai talk. Al contrario, constatiamo, la corsa ad apparire.  H24,  seduti dalla mattina alle 8 per finire a notte inoltrata. Anche in estate.

I giornalisti della carta stampata, dagli spettatori, sono riconosciuti per il terrazzamento in tv piuttosto che per la lettura di editoriali e commenti sui quotidiani dove scrivono. Alcune persone, di arte e virtù varie, dal niente, hanno portato a casa seggi parlamentari. La politica dopo aver massacrato i quotidiani, in dieci anni, riducendo spaventosamente le vendite, ora, è passata a tramortire il cosiddetto dibattito televisivo. Soprattutto i talk. Viziati, in parte, da una rete televisiva, costruita con un palinsesto che è l’ossatura quotidiana, occupando, così, l’intera giornata. E gli altri talk, delle tv concorrenti, pubblica e privata, gli stessi contenitori mattutini e pomeridiani, dietro. Nervosamente. Costano nulla (la  proposta di Giovanni Minoli di pagare gli ospiti in cambio di una ferrea preparazione sui temi in discussione non passerà mai, perché nei talk non serve gente preparata, e, punto numero due, la lista di chi si propone a  partecipare è infinita). Fanno ascolti (seppur tiepidi, perché la platea televisiva di un talk, di massimo ascolto, non supera il milione e mezzo), la maggioranza mietono canovacci volutamente superficiali tendenti alla rissa – con il conduttore, difensore dello spettatore, che falsamente si indigna, “parlate uno alla volta che a casa non capiscono” - e al gossip politico, inondano di cifre e il loro contrario, sostengono scenari catastrofici, tuffandosi nelle più nere previsioni. Vivono nella contraddizione, assurda, che i giornalisti della carta stampata (in crisi di copie) sono coloro che più offrono benzina, gratis, con la loro presenza. Non hanno nulla da ridire le aziende editoriali per queste prestazioni d’opera a mezzo servizio verso i  diretti concorrenti della torta pubblicitaria?

Lo scenario è viziato e contorto. Ed è calcolato al millesimo perché la rappresentazione informativa dei talk insceni artifizi che trascendono nella fiction, con parti in commedia assegnati in fase preparatoria di scelta e di chiamata degli ospiti stessi.  Le immagini e l’audio veicolano ansia (insieme a conduttori che si muovono di continuo in studio, si siedono, si alzano, vanno in postazione, con facce contrite, sbattono le palpebre, dammi la uno, dammi la due, il collegamento non funziona, accidenti qui non funziona mai niente), screzi, contorsioni di tanti mondi, tenuti insieme tout de suite, “perché il tempo a disposizione è poco”. Il metronomo è tarato sulla schizofrenia da twitter. Perfino gli esperti classici, con allure e blasone sono scaduti. Con la scusa, benaltrista, di fare divulgazione e quindi, secondo loro, parlare facile, con ovvietà che l’ascoltatore respinge, sono scivolati nel precipizio, trascinandosi la cosiddetta expertise. Abbiamo assistito a delle vere e proprie trasformazioni antropologiche. Da qui, la perdita di credibilità è divenuta inarrestabile.  Non sosterremo mai la tesi che la colpa del ‘banalismo’, del populismo e dell’odio sia responsabilità della tv. L’evoluzione e la trasformazione di genere è globale. Di pezzi possenti di società. Dagli Stati Uniti all’Ungheria. Ma è vero che, paradossalmente, la teatralità dei salotti tv ha svelato il gioco. Che non è a beneficio del pubblico. E nemmeno del giornalismo a estuario, tema: il diritto dei cittadini a essere informati. Oggi, per dirla con Rovazzi e J-Ax, “Senza pensieri”.

Blog di: 
Maurizio Guandalini
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