Due carriere da distruggere in nome dell’antirenzismo, la Boschi e Palazzi, il sindaco di Mantova

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Due carriere da distruggere in nome dell’antirenzismo, la Boschi e Palazzi, il sindaco di Mantova

 22/12/2017 15:29 CET | Aggiornato 24 minuti fa

di Maurizio Guandalini - Giornalista, editorialista di Metro e saggista

Sesso in cambio di favori. È l'accusa al Sindaco di Mantova spiaccicata in prima pagina. Online e nei tg. Oggi il pubblico ministero ha chiesto l'archiviazione per il primo cittadino Palazzi perché non c'è concussione: contributi a un'associazione in cambio di favori sessuali. Si è scoperto che la vice presidente dell'associazione con la quale il Sindaco intratteneva uno scambio di sms ha alterato la chat. Fin qui la cronaca. Nel frattempo il Sindaco di Mantova è stato linciato sui giornali e si sono chieste le dimissioni. E se Palazzi si fosse dimesso? Colpisce in questa vicenda l'approssimazione quando era evidente fin dall'inizio che c'era molto che non quadrava. Ma è prevalso il silenzio.

Silenzio anche da parte di Matteo Renzi che di Palazzi è amico stretto, soprattutto da Mantova capitale della cultura in giù, quando l'ex premier approvò milioni di euro di opere pubbliche che hanno portato la città a un rinnovamento estetico senza precedenti, stringendo con il sindaco un patto generazionale e politico. Silenzio anche da parte del Pd. Certo tutti i santi in questi casi si affidano alla magistratura. Ma anche no, e sollevare qualche dubbio non vuol dire andare contro all'ordine costituito.

Mi ha stupito l'isolamento in cui è stato lasciato il sindaco Palazzi. Quando è chiaro, limpido come il sole che si è acceso (da parte dell'opposizione in consiglio comunale) il motore di un macchina senza guidatore lanciata contro il primo cittadino. Amato e odiato, di certo uno che è arrivato a ricoprire quella carica solo di suo. Con la sua volontà, come Renzi scalò il Pd. Senza guardare in faccia nessuno. Tanto meno i poteri forti tradizionali della città. Tutti.

Basta parlare con i mantovani, di qualsiasi orientamento politico, e ti diranno che hanno voluto incastrare Palazzi. Partendo proprio dal versante più pruriginoso, quello sessuale.

È un caso quello di Mantova, dove riecheggiano i tuoni del rapporto magistratura e informazione. Fake news e politica. Il polverone, l'assenza di verità e il rutto libero dei social. E delle briglie sciolte che stanno intorno. La superficialità con la quale si mette in rete, o si pubblica sui giornali, una notizia denigrando Tizio o Caio perché sta sulle scatole. Perché si nutre odio personale, avversità che sorpassa ogni codice etico di rispetto della dignità e del privato. Un offuscamento visivo e intellettuale che impedisce di valutare con obiettività quello che sta accadendo. S'insinua, si sospetta, si presume. Si scava tra le lenzuola. Abbiamo odorato prediche del giorno dopo a Palazzi, incitandolo a dire la verità perché le prove contro sono tante: ma come facevano avere così tante informazioni questi soloni?

E paradossalmente il caso Palazzi è affine a quello della sottosegretaria Boschi alla quale si chiede impetuosamente di dimettersi e non candidarsi alle prossime politiche.

Maledetto il giorno che... dalle parti del Pd, lo stratega in capo, ha avuto l'idea malsana di fare la commissione banche. Anche il più sprovveduto avrebbe previsto che si sarebbe parlato solo di Etruria. E diciamolo senza peli sulla lingua: Renzi e la Boschi hanno sbagliato strategia fin dall'inizio. Avrebbero dovuto ammettere che si sono adoperati a salvare banca Etruria come si sono adoperati a salvare le altre banche, con l'unico obiettivo di salvare i correntisti, certo, ma anche gli obbligazionisti e gli azionisti. Paradossale vero? La soluzione era semplicissima. Cosa c'è di male in quello che avrebbero fatto. E che nega con acrobazie lessicali? Ne sarebbero usciti anche alla grande. Col plauso di quegli aretini, e zone limitrofe, risparmiatori incavolati, che girovagano di piazza in piazza appena si presenta qualcuno del Pd. Invece oggi sono sul banco degli imputati, Renzi e la Boschi per aver fatto chissà quale maneggio. Nulla. Zero. Tentativi andati a vuoto. Peccato. Sì, proprio peccato. Ci stava bene il carico da novanta, l'ammissione di aver smosso chissà chi per evitare sfracelli di quella banca. È insopportabile il gioco sulla difensiva. Iniettato di quel politically correct che sta impastando ogni spicchio di vita quotidiana.

Alcuni giornali, vedi il Fatto Quotidiano, hanno titolato "Abbiamo un banda", parafrasando quel "abbiamo una banca" di Fassino, nell'affaire Bnl e Unipol. Altri ancora ci sono andati giù pesante definendo questo caso la pietra tombale della carriera di Renzi. Gli stessi toni usati nel caso Palazzi a Mantova.

Trasportiamo questo scenario durante gli anni del pentapartito, con una Dc obesa di consensi e il Psi golden share di ogni coalizione. Se dovessimo enumerare tutti i dialoghi, gli scambi, l'occupazione militare della banche nazionali e locali, da parte di quei partiti, ci vorrebbe la Treccani. Che deve fare un politico che occupa posizioni apicali? Starsene negli uffici e vedere che un istituto di credito fallisce? Lo diciamo alle anime belle di coloro che comunque hanno vissuto diverse stagioni politiche e sanno che grazie alla politica il sistema bancario italiano non ha subito le crisi di altri paesi. Solo quando l'attenzione della politica è venuta meno, o si è voltata da un'altra parte, si sono acuiti i disastri e le disavventure finanziarie.

Lo dico a coloro che da mattina a sera ci fanno la lezione sui clienti delle banche, cioè anche noi, buggerati dagli sportelli manigoldi: non è una distinzione di lana caprina quella tra azionisti- obbligazionisti e i correntisti. È chiarezza. Se si sa naturalmente cos'è e come funziona una banca in un sistema di mercato. Se tu risparmiatore punti i risparmi su azioni e obbligazioni lo fai a tuo rischio e pericolo. E non puoi prendertela e chiedere soccorso allo Stato se cadi in malasorte. Soprattutto nella vicenda dell'Etruria si è messo in piedi lo spettacolino degli agnelli sacrificali per salvare papà Boschi. La figlia, stando ai racconti di questi giorni non è stata un influencer di prima classe. Anzi. Se ne stava quasi in disparte, per rispettare quel protocollo che passa sotto la siglatura del conflitto di interessi. Aveva certo il padre che ci lavorava all'Etruria, ma come deputato della Repubblica e una dei politici più importanti, sarebbe stato peggio se fosse stata a laccarsi le unghie disinteressandosene.

Ha fatto bene Renzi a ribadire che la Boschi va candidata. Coraggiosa malgrado abbia un macigno sulle spalle e soprattutto non abbia alcuna colpa se non quella di essere stata fin troppo prudente, per le ragioni che abbiamo spiegato sopra. La Boschi va candidata perché siamo dentro una grande fake news. Quel dare intendere fischi per fiaschi. Confondere l'elettorato che ormai è intriso, da un lato di fanfaluche raccontate ovunque, dai social ai giornali, e dall'altro di perbenismo qualunquista che li condanna a essere, per forza maggiore, il calimero nero della situazione. Maledetta sfortuna, allora?

Sarà difficile far passare il messaggio sul perché la Boschi vada candidata, ma ha su di sé il passo del riscatto, di quel paese che condanna senza motivi, quello che è successo a Mantova insegna. Un paese che prende volutamente fischi per fiaschi, giusto per avallare tesi e teorie che non hanno né capo né coda. Come una fiction. O una telenovela.

Stupisce che gli indignati abbiano messo fuori dall'uscio il cartello "chiuso per ferie". Manca la solidarietà attorno alla Boschi, in primis del suo partito dove ormai ha preso il sopravvento il sospetto. L'attesa di liberarsi al più presto di Maria Elena e di Matteo. Diciamolo con franchezza, andare in campagna elettorale con questo spirito non è il massimo. Renzi candiderà la Boschi, entrambi non abbiano paura di dire che hanno incontrato anche l'Altissimo per Etruria, come per le altre banche o per le imprese in difficoltà: non c'è nulla di male. Chi vede il danno non ha a cuore le sorti dei risparmiatori.I

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