Caro Orlando, il Pd ha già scelto

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20/04/2018 12:03 CEST | Aggiornato 3 ore fa

Caro Orlando, il Pd ha già scelto

di Maurizio Guandalini/Giornalista, editorialista di Metro e saggista

Il post del ministro della Giustizia Orlando riapre (è stata mai chiusa dalla minoranza?) la discussione sul Pd. E la sua collocazione. Si parte dalla supposta convinzione che dopo il crack elettorale, il Pd non ha mai iniziato una discussione.

In profondità anche rispetto alla crisi della sinistra in Europa e in prospettiva delle prossime elezioni europee, le quali saranno uno spartiacque straordinario sul futuro delle scelte nel Vecchio Continente. Macron con il discorso all'Europarlamento ha dato il via a una discussione sostanziosa. Ma si sa, Macron non è espressione della sinistra europea.

Hollande in una recente intervista ha individuato nell'immigrazione il principale motivo della sconfitta. Riduttivo. Ma ci siamo con i ragionamenti, per troppo tempo trascurati anche dal governo Renzi, riaggiustati in extremis dal ministro Minniti nell'ultima fase del governo Gentiloni.

Non è fruttuoso tediarci sulla discussione programmatica, più o meno da nutrire con nuovi contenuti. Il Pd ha perso le elezioni del 4 marzo per tanti motivi ma soprattutto perché per anni la minoranza, allora bersaniania ha, con metodo quotidiano, distrutto, superando addirittura l'opposizione politica, l'attività del suo leader presidente del governo e segretario.

Ogni indagine, studio, ricerca della sconfitta elettorale sono riconducibili a questo motivo come freno anche della comunicazione presso i cittadini elettori delle cose fatte. Certo non è tutto. Ci sono ritardi evidenti a partire dalle riflessioni di Hollande, la questione migranti ha inciso non poco. Ma l'esprit della discussione era alimentata dalla minoranza Pd con la volontà millimetrica e strategica di condizionare le scelte di Renzi. Lo stesso spartito sul versante della riforma fiscale, la sola che poteva innescare un ciclo virtuoso nelle tasche degli italiani.

Insomma la sindrome parolaia, del dibattito continuo, nel Pd è la vera malattia di cui dovrebbe fare a meno il Partito. Ora la minoranza chiede di discutere, ridiscutere ancora. Convegni, assemblee, dibattiti, del partito e delle correnti, e quindi Congresso.

Convinti che si debba discutere così tanto per capire la debacle elettorale? Non sarà che continua l'ennesima campagna di distruzione definitiva del renzismo nel Pd come solo capro espiatorio? Ma senza il renzismo cosa rimane nel Pd?

Osserviamo la contemporanea questione della formazione del governo. Tralasciamo gli scenari in rapida evoluzione. Però nel rapporto con il Movimento 5 Stelle c'è il travaglio e le distanze, penso incolmabili, del modo di stare dentro il Pd.

La decisione limpida di stare all'opposizione di qualsiasi ipotesi di governo fatta il 5 marzo è stata rimessa in discussione senza colpo ferire. Manifestazioni d'affetto sono cresciute anche in esponenti di rilievo del ceto dirigente Pd, con esperienza politica di lungo corso. E ogni ragionamento a sostegno della tesi di dialogo con i 5 Stelle, nutriva un sottotraccia di colpire Renzi.

Non sappiamo come andrà finire la crisi di governo. Certo un segnale che il Pd è renziano e viceversa lo si coglie dai sondaggi online tra gli iscritti, vedi nel partito lombardo, chiaramente contro ogni ipotesi di collaborazione con i 5Stelle.

La minoranza ha storicamente, da Bersani, un distacco profondo dagli elettori Pd, e ne ha capito meno le trasformazioni, i cambiamenti. La controprova si ha dall'esito elettorale di Leu e in particolare di alcuni dirigenti come D'Alema, già segretario di Partito e presidente del Consiglio.

Orlando non ripercorra l'errore dei suoi ex compagni di Partito. Anche per evitare che si offra all'elettorato una immagine del Pd in discussione guerreggiata permanente. Oggi il Pd non ha bisogno di abiure e altre diatribe interne. Ma di chiarezza. Di un leader forte e riconosciuto. Di una sola voce. La gente vuole capire chi comanda. E il risultato di Lega e 5 Stelle è soprattutto la vittoria dei loro leader.

Renzi deve fare chiarezza. Stare dietro e governare di fatto partito e gruppi parlamentari è deleterio. Perché cercare un altro segretario? Si riprenda il partito e finiamola lì. Qual è l'alternativa a Renzi? Non c'è. Per anni ancora. Consigliarlo di stare lontano in chissà quali viaggi di studio o esercizi trappisti è diversivo.

Renzi nel Pd deve fare il segretario. O in subordine può essere un lavoro di Richetti, anche se molto depotenziato rispetto all'ex premier perché privo dello stesso dinamismo. Se Renzi considera un rottame vecchio il Pd se ne disinteressi, oppure approfitti della prossima Leopolda, in ottobre, per fare uno spin off, rimanendo dentro il partito.

Emulo di quello che fece Macron. Senza dimenticare oggi il vero spunto strategico da qui a un anno: le elezioni europee. L'Europa rimarrà il circolo naturale delle prossime scelte. Si tratta di capire se convenga rimanere nella famiglia socialista-socialdemocratica. È lo stesso busillis che tortura Macron in cerca di approdi nei vari movimenti politici nuovi, come i 5Stelle. Il secondo forno, o la seconda scelta, è il Pd?

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