Caro Martina, il Pd va sciolto. Per incompatibilità caratteriale

di Maurizio Guandalini

Cuperlo, ultimo segretario della federazione giovanile comunista italiana, entrato nella nuova segreteria del Pd, senza alcuna investitura di rappresentanza, dice in una intervista al Fatto Quotidiano, che Renzi è il passato. Cos'è questa se non una provocazione voluta? Come è una provocazione del segretario Martina averlo inserito in segreteria. Dove può andare un Pd così messo?

Calenda ha ragione. Sciogliamolo il Pd perché le incompatibilità caratteriali sono così accentuate che è impossibile continuare e soprattutto le fratture, a questo stato di logoramento, non si ricomporranno mai più.

Decidiamo. Le analisi sul personale sono mal sopportate ma il Pd ormai lo si legge al meglio solo se si studia il comportamento dei singoli leader (?!). Chiunque vinca nel Pd futuro si troverà davanti le guerre verbali tra i protagonisti. Se vince Zingaretti è pensabile che la componente renziana rimanga silente? E si comporti applicando il bon ton? Vale naturalmente il contrario. E' il motivo per cui si è logorato il Governo Renzi, poi il Pd e quindi l'ex sindaco di Firenze. L'incapacità di stare tutti insieme.

Il Pd è un gruppetto di discoli che sta regredendo verso l'asilo Mariuccia. Senza soluzione di continuità. E non ci sono regole nuove o imposte che risolveranno il problema di parlarsi addosso, uno contro l'altro. Senza, di fatto, macinare politica. E, infatti, stando agli ultimi sondaggi nella base Pd, emerge per la stragrande maggioranza la convinzione che il partito non fa alcuna opposizione.

Non siamo per i personalismi. Nemmeno per gli insulti gratuiti sotto forma di analisi politiche. Però risulta complesso non parlare delle persone quando ormai la politica è legata a loro. Che frittata programmatica salta fuori con una segreteria vogliamoci tutti bene, state buoni se potete, come quella varata alcuni giorni fa da Martina. Non è con il tutti dentro che si risolvono i mali del Pd. Da una operazione del genere salta fuori un mélange indigesto. Indistinto. Con opposti di idee che rischiano di far implodere la struttura. Ne vedremo delle belle con il varo dei dipartimenti che il nuovo Pd è andato scartabellare nel vecchio Pci, quando l'animosità correntizia silenziosa stava muta perché da un lato il Pci era sempre all'opposizione e dall'altra perché un cadreghino non lo si negava a nessuno.

Ma che senso ha, caro Martina, chiedere le dimissioni di Salvini, le dimissioni del Ministro dell'Interno e vice premier, leader oggi, se corressimo a votare, del maggior partito italiano, che senso ha, che strategia è quando è palese essere un mero slogan ceduto al vento, a poco prezzo con il rischio che un'altra volta, al ripresentarsi della richiesta di dimissioni, non ti creda nessuno?

E ancora sul programma, sulle idee per misurare la distanza siderale dentro quel partito. Orlando, Franceschini e Del Rio (che non è renziano) offrono il kalumet della pace ai 5 Stelle su un provvedimento come il Decreto Dignità che è la negazione delle politiche di Renzi e soprattutto è criticato ovunque per la sua inconsistenza anche sul peso economico, visto che le coperture ci sono grazie ad aumenti a raffica come i pedaggi autostradali. Perché insistere con una strategia perdente che riflette solo debolezze e la ricerca forzata di vie d'uscita? Potremmo continuare citando il capitolo migranti dove il Pd paga le sue inefficienze degli anni del Governo Renzi con Ministro dell'Interno Alfano sulle quali, è l'unico punto di coagulo, perdente, tutto il Pd sente di convergere: l'accoglienza tout court, salvataggi, ong, porti aperti. Manca lo ius soli sul quale per la verità consigliamo Martina o chi per esso di presentarlo, ora, per sancire così il rapido capitombolo del partito.

A fronte di un Pd che nel territorio che è quello che in diversi post abbiamo raccontato. Un ritorno al passato, addirittura a un pre pd. Le strutture territoriali rispondono in modalità alternata. Ormai rigenerate dal vecchio ceto dirigente del Pd, addirittura molti provenienti dal Pci. La stessa convergenza verso il Governatore Zingaretti (dopo i sindaci dobbiamo sorbirci la stagione dei presidenti di regione?) è un salto taumaturgico nel passato, convinti che lì vi sia la ricetta per sanare i mali del partito. Peccato che non si comprenda che il Pd sono due, tre, dieci partiti insieme. Con due, tre, dieci linee diverse. Con due, tre, dieci impronte caratteriali agli opposti.

Servirebbe la sola cura conosciuta, oggi, per sistemare le cose. Un leader forte, fortissimo, velocità decisionale, impronta personale su quattro idee convincenti.

C'è una deadline che può rappresentare una fonte di salvataggio. Renzi che si ripresenta e tenti di riprendersi il Pd. O quello che è rimasto. D'altronde è la sua vecchia idea. Piuttosto di fare un partito nuovo si prende il Pd che qualcosa di renziano lo è. Non sappiamo se è una operazione possibile o meno allo stato attuale. E se Renzi gli interessa l'articolo.

Annotiamo il pericolo delle difficoltà dell'operazione e del ritardo. Sono molti nel Pd i renziani delusi. Che hanno già abbandonato la nave. E che lo faranno in futuro se il leader maximo è vocato al disimpegno. Solo con un impegno diretto di Renzi potrebbe realizzarsi il risultato sopra. Invece con un candidato renziano (Bonaccini, Richetti, chi altro?) non si andrebbe molto in là perché il paradigma che funziona è solo che alla leadership sieda l'ex sindaco di Firenze. Nulla di stravolgente. Renzi dovrebbe chiarirsi le idee (anche lui su migranti e partito del futuro viaggia nel vuoto), annunciare il ritorno e fare una campagna delle primarie con toni e programmi pronti per le elezioni europee del 2019. Non però appiattito sul lettino di paglia di Macron che ci pare aver sparato tutte le cartucce rimaste.

 

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Maurizio Guandalini
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