Caro Grillo a me la 'post verità' del web non piace

Post truth, 'post verità' è la parola scelta, quest'anno, dall'Oxford Dictionary. I fatti non contano. La gente è più influenzabile dalle emozioni che dalla verità. E i social hanno fatto il resto o, il di più, nel snaturare la veridicità delle notizie, spesso, creando degli account farlocchi che lanciano in modo virale delle bufale. Il fascino del falso nell'era della post verità. In Italia è ancora in corso la polemica dei 5Stelle vs moglie di Brunetta (della serie saper dire la propria bugia in maniera convincente gridando più forte, per attirare l'attenzione) ma è negli Stati Uniti dove c'è stata l'impennata durante la campagna per le presidenziali: girava la notizia (il giornale che l'aveva diffusa non esiste) che Trump avesse ottenuto l'endorsement da Papa Francesco o il tarocco che Hillary vendeva armi all'Isis, la terza info più letta sui social Usa. Basta un post di un utente twittarolo che dice << La CNN ha mandato in onda mezz'ora di porno>> e tutti i siti del mondo hanno ripreso la notizia senza verificarla. Giornalismo, mio caro giornalismo, bello, addio. Il 50% delle persone in Italia si informano su Facebook. A Facebook non interessa che la notizia sia vera ma che piaccia. Parla monsignor Galantino: la post verità raccoglie consenso ignorante. Dobbiamo sperare nello spirito critico, per ora assente ingiustificato. L'Espresso ha titolato << Social Prop. La propaganda ai tempi di facebook>>. Alla fine della fiera tutto gira intorno al conquibus, agli schei, alla moneta. Facebook e Google selezionano e diffondono news alla pari di aziende editoriali. Senza norme adeguate si assiste al paradosso di società che manipolano l'informazione per fare profitti. Scopo non è informare ma aumentare il traffico, spingere la gente a cliccare e condividere in modo da far crescere il fatturato pubblicitario. Perché, allora, non sottoporre Facebook, Google e altri, alle stesse regole in materia di monopoli e diffamazione? D'altronde sono i loro algoritmi a selezionare le cose importanti per ciascuno di noi. Come la mettiamo con il trattamento dei dati, la commercializzazione del profilo degli utenti e il diritto all'oblio? Entriamo in una nuda prateria fatta di senso e controsenso, dove l'interpretazione e il rimpallo la fanno da padrone. Qual è l'autorità che decide che la notizia va in oblio, che giace in pace, che scompare? La Corte di Giustizia europea che, a sua volta, rimette tutto ai social (a Google, ad esempio). D'altronde, in modo disarmante, i social rispondono: noi siamo dei casellanti della rete, non possiamo perquisire chi passa. Sì, peccato, però, che sulla pelle degli altri ci fate palate di soldi. 

Blog di: 
Maurizio Guandalini
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