Chi sono i nativi digitali? Sfatiamo alcuni miti e corriamo ai ripari!

Il termine appositamente coniato già denota una generazione nata in un’epoca in cui gli strumenti di comunicazione digitali sono ormai diffusi. Persone che usano abitualmente computer, cellulari, tablet ed altri strumenti tecnologici. Persone che scrivono più sulla tastiera che con la penna.      

E’ ormai luogo comune considerare i nativi digitali come coloro i quali usano gli strumenti tecnologici con una certa disinvoltura e naturalezza. C’è da chiedersi se sia proprio così e se sia realistico pensare ad un uso consapevole, creativo, completo ed efficace dello strumento digitale. Io vorrei provare a sfatare qualche mito soprattutto dopo aver osservato per anni i cosiddetti “nativi” nelle mie classi da docente di informatica.  I miei studenti sono quasi tutti nati dopo il 2000, gente che non conosce cellulari diversi dagli smartphone e non immagina comunicazione diversa dalla chat istantanea. Secondo una indagine di Telefono Azzurro e Doxa (2014) quasi il 90% degli adolescenti possiede uno smartphone con accesso ad internet, è always on, sempre connesso, e usa abitualmente gli strumenti di messaggistica istantanea (98% usa WhatsApp o Facebook o Skype). La percentuale cala  drasticamente (58%) quando si tratta di cercare informazioni su internet anche al solo scopo di curiosare o di fare una ricerca finalizzata ad un acquisto (22%) o all’accesso ad una banca dati (19%).

E il resto? Il resto possiamo dire che è la fotografia in negativo di una generazione a rischio. 

Secondo alcuni studi l’uso della chat porta i ragazzi a sintetizzare, tanto, troppo sino a non tollerare l’elaborazione di testi che superino una certa lunghezza. Essa porta anche a sviste e svarioni grammaticali gravi, indotti dai correttori grammaticali che molto spesso non si adeguano al contesto (ce che diventa c’è e n’è che diventa ne sono gli esempi più eclatanti).

La ricerca sul web è una pratica molto diffusa ma scarsa risulta essere la valutazione dell’attendibilità dei risultati e della fonte. Del resto nella giungla dei siti internet, blog, giornali, social network riesce sempre più difficile individuare l’attendibilità di una notizia. Basta che una bufala diventi virale per vederla rimbalzare tra i veri siti e blog e, sovente, anche su qualche testata giornalistica seria. Pessima anche la capacità di mettere insieme più risultati della ricerca per sviluppare un pensiero critico sulle fonti studiate. Spesso il primo risultato della ricerca viene considerato valido e viene “consumato” anche attraverso un banale copia e incolla senza argomentare con proprie parole (a volte senza non viene neanche letto). Questa pratica comincia ad essere usata anche da generazioni più anziane e spesso da giornalisti che rischiano più volte di prendere sonore cantonate facendo pessime figure dopo essersi affidati a risultati poco attendibili.

L’uso del pc tra i “nativi” è ormai molto diffuso (Quasi tutti i miei alunni ne posseggono uno a casa) ma quali sono le applicazioni più utilizzate? Basta aver assistito al sorpasso dei tablet sui pc portatili per leggere questo risultato senza mezzi termini: lo strumento tecnologico spesso è oggetto di consultazione e lettura, poco spesso è oggetto di produzione vera e propria, cosa che riesca alquanto improbabile con un tablet.

Anche la sindrome da smarrimento nei meandri di file e cartelle è alquanto diffusa. Molti producono qualcosa ma quando salvano non sanno più trovare il contenuto salvato né rintracciarlo né tantomeno cercarlo adeguatamente. La produzione scritta e l’elaborazione di contenuti digitali spesso si ferma al banale copia e incolla senza essere in grado neanche di un minimo adattamento stilistico oltre che contenutistico. Se viene chiesta la produzione di un testo originale spesso ci si ferma a poche righe, segno che ormai la lunghezza del testo pare sia diventata poco importante. Per non parlare dell’integrazione tra vari media come immagini, testo, suoni… 

Rivediamo, allora, la definizione di nativi digitali affidandoci a Marc Prensky che per primo l’ha usata nel suo libro “Digital Natives” (http://www.marcprensky.com/writing/Prensky%20-%20Digital%20Natives,%20Di...) . La definizione ultimamente viene abusata parecchio come ad indicare quella generazione che sa fare tutto con gli strumenti digitali. Ma, si sa, nessuno nasce con una competenza già acquisita e l'uso degli strumenti digitali richiede anch’esso tempo e capacità. C’è il forte rischio di ritrovarsi di fronte ad adolescenti che degli strumenti informatici fanno un uso passivo senza alcuna produzione e soprattutto senza approccio critico. La tendenza a dare una propria interpretazione approssimata alle caratteristiche di un dispositivo di un dispositivo come risoluzione dello schermo, potenza del processore, capienza della memoria denota come spesso ci si affidi ai numeri come a qualcosa che più è grande meglio è piuttosto che a valutare cosa voglia effettivamente dire quel determinato valore. 

La questione della memoria è stata ampiamente affrontata da Umberto Eco in un saggio affidato ad un articolo su l’Espresso che risale al Natale del 2014. In quell’articolo Eco mostra la sua preoccupazione per la perdita di capacità mnemonica dell’utente dell’era digitale (http://espresso.repubblica.it/visioni/2014/01/03/news/umberto-eco-caro-n... ). Lo dice in modo chiaro senza demonizzare gli strumenti tecnologici. Invita a cercare pure le informazioni usando internet :“Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta”.  Da qualche altra parte fa un esempio che io sono sempre solito fare: se la tecnologia per gli spostamenti, auto, bus, treno, ci consente di muoverci velocemente, questo non vuol dire che non cammineremo più. 

Infine c’è un aspetto molto interessante che rischia di essere sottovalutato soprattutto nei primi gradi di scuola: la manualità. La scrittura in corsivo, il disegno, l’abilità fino motoria rischiano di essere duramente compromesse e con esse anche l’adeguato sviluppo delle abilità cognitive. Non è una mia considerazione, ma quella di molti studiosi di scienze cognitive.

Quindi benvengano gli strumenti dei “nativi digitali”, ma che si usino con consapevolezza, efficacia e soprattutto con parsimonia.. Sarebbe interessante considerare gli strumenti informatici come un valido ausilio, un complemento agli strumenti tradizionali piuttosto che un sostituto. Un po’ come Umberto Eco parla dei mezzi di trasporto veloci che migliorano gli spostamenti ma alla fine andiamo anche e soprattutto a piedi integrando il tutto.

Blog di: 
Salvo Amato
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