I talk tv sono finiti

 

Quando andavo di frequente (ora pochissimo, solo dall'ottimo Pancani a Omnibus su la 7, un talk da salvare, per venire incontro alle dichiarazioni di Santoro "fate sparire i talk senza identità") ai talk mi sono sempre chiesto cosa può interessare alle persone da casa vedere, a tutte le ore del giorno, sei persone (l'esperto, il giornalista, il politico, ecc) parlare senza sosta sullo scibile umano. Oggi le risse fanno il resto: il conduttore ci pensa dieci volte prima di bloccarle, i toni alti, discorsi sconnessi, e dopo la trasmissione una bella birrata in compagnia per poi ritrovarsi il giorno dopo, in un'altra trasmissione, a 'recitare' l'ennesima parte in commedia.

Il format dei talk non è nuovo. Va sempre bene, rivisto, sistemato, originale: non costa niente. Ospiti gratis, ormai nel girone infernale di Narciso (che bello quando la mamma, l'amico, il collega ti scrive: ti ho visto. Oppure quando vai a far spesa, capisci che, mentre sei in fila alla cassa, un tipo ti guarda insistentemente e rivolgendosi alla moglie, gli dice: quella faccia non mi è nuova) che partecipano a una grande fiction. Capita spesso che i vari ospiti siano 'preparati', non tanto sul tema da trattare, ma sul comportamento da tenere: mai mosci, belli pimpanti, sintetici, colpire dove c'è da colpire. La chiamata in trasmissione avviene su conoscenze collaudate: difficilmente un conduttore invita un ospite alle prime armi, che non ha mai fatto tv. Meglio andare sul sicuro con l'esperto bastian contrario, il direttore dal facile fumino e il politico barricadero.

In base allo share si decide di cambiare la star: il top dell'ospitificio, quello medio o lo scarsino. È una bella compagnia di giro collaudata (appunto sono sempre i soliti che girano, meglio se tutti di Roma perché i programmi si fanno lì: già il collegamento da Milano stride rispetto l'effetto da ottenere) che ce la tracanniamo senza sosta. Ho scritto di recente, forse proprio sull'Huffington, che ci penserà il telecomando a fare la selezione. Sarà così, non dobbiamo preoccuparcene. Ma non possiamo definirci sorpresi se pure il talk va rottamato: spremi spremi del succo non ce n'è più. Vero che non si guarda il talk per imparare la Treccani a memoria ma per vedere un po' di spettacolo, ma il default sta negli ospiti.

Mentre prima ti mettevi davanti al teleschermo per capire qualcosa oggi sai già appena vedi Tizio o Caio quello che dirà. Non c'è più l'effetto sorpresa (la base del Maurizio Costanzo Show). Quando dico compagnia di giro, intendo che i vari ospiti, non pagati, si prestano, uso e consumo, alla tv, scadendo anche nella macchietta. C'è il professore in collegamento che fa le facce insofferenti e che sa tutto lui, c'è il giornalista moralista che tintinna manette a colazione, pranzo e cena, c'è il sapientone che insegna come si deve sedere a tavola Renzi. Questa rappresentazione ha stufato. Non si capisce perché si deve pigiare su quei canali. Meglio Pechino Express o I Cesaroni.

Il capitolo 'cosa si dice ai talk', la sceneggiatura, è spesso drammatica, apocalittica: l'Italia è sempre sul baratro, a fine corsa, c'è sempre gente che arriva alla seconda settimana del mese, che non ha lavoro, che vive in macchina. Possibile una tragedia immane di questa caratura? È un po' come sentire, quando mangi, la pubblicità del collante delle dentiere o dei pannoloni per l'incontinenza. Vero è che in questa crisi pagano tutti, anche quei programmi che hanno una loro narrazione giornalistica, diversa dai talk, come Report o Presa Diretta. Ma l'effetto è a valanga. Prendiamone atto. Non è un male se i 'malati' di politica che si attaccano ai talk cominciano a ridimensionarsi: il rischio è cadere in depressione per fatti non rispondenti alla realtà.

Blog di: 
Maurizio Guandalini
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