Un viaggio con gli Umpa-lumpa

Un viaggio con gli Umpa-lumpa

Non ci si crede: esco dal lavoro alle 16. Miracolo!
(Oddio, lavorando su turnazione non è proprio una gran sorpresa, però fa effetto lo stesso.)

Felice come una pasqua, raccolgo le mie cose e scendo di gran carriera, ansiosa di raggiungere Ottaviano prima e Furio Camillo poi, ma dopo neanche venti metri il mio entusiasmo svanisce e si prepara ad andare a quel paese.

Avete presente quando incontri qualcuno che conosci ma con cui di solito scambi solo un formale buongiorno e buonasera? Qualcuno con cui ovviamente trascorrere del tempo insieme per forza risulterebbe assai imbarazzante? Ecco.

Dovete sapere che – questo racconto risale a parecchio tempo fa – nel mio gruppo di lavoro, esistono delle figure molto particolari che suscitano l’interesse di tutti. Sono quattro ragazzi, tre femmine e un maschio, e in teoria sarebbero l’ultima ruota del carro, incaricati di preparare parte del lavoro per chi lo porta avanti in una seconda fase. In pratica, però, si comportano come se il loro compito fosse ben altro. Più che altro, tendono a uscire spesso dai bassifondi dell’ufficio in cui per ruolo sarebbero relegati e si aggirano con aria sicura e imperiosa, dispensando perle (non richieste) di (dubbia) saggezza a destra e a manca. E rischiando ogni giorno di beccarsi dei vaffanculo di dimensioni in costante crescita. In pratica, sono degli Umpa-lumpa con la puzza sotto al naso e tante velleità di potere.

Uno di loro, in particolare, ha un’aria molto strana: taciturno ma con la battuta pronta, ti guarda spesso con un sorriso inquietante. Non sai mai se sta per regalarti un mazzo di fiori o una pugnalata alla giugulare, non gli chiedi com’è andato il weekend per paura di scoprire che ha trucidato la madre e la sorella… in pratica, Dexter Morgan. Ovviamente, è lui che incontro pochi metri dopo l’ufficio: è fermo al semaforo ancora rosso, quindi dovrò fermarmi accanto a lui… ma non solo. So dove abita, quindi ci metto poco a capire che dovrò fare tutta la tratta fino a casa spalla a spalla con lui e la sua aria da serial killer del cioccolato.

Per non sembrare maleducata, decido di fare Willy Wonka: lo chiamo, gli sorrido e lo saluto, con la vaga speranza di riuscire a intavolare un’inquietante conversazione che risulti generica e cordiale e che magari possa durare fino a casa. Lui ricambia il saluto, accetta (un pochino a malincuore, come me) sia la convivenza forzata in metro, sia il tentativo di conversazione. Solo che non si applica. Da Ottaviano a Lepanto, provo a parlargli nell’ordine: di lavoro, di politica, di calcio (anche se non siamo affatto della stessa squadra!) e persino del tempo. Niente. Ogni mio volenteroso spunto si schianta contro il proverbiale “D’altra parte è così” che – come giustamente sosteneva vent’anni fa la Gialappa’s – ha il supremo potere di uccidere qualsiasi tentativo di dialogo.

Oh, io ci ho provato. Quattro volte nel giro di due fermate, secondo me, bastano e avanzano. Così, mentre con ansia attendo l’arrivo a Furio Camillo, accetto l’idea dell’imbarazzante silenzio che divide e allo stesso tempo unisce me e l’Umpa-lumpa Dexter Morgan.

Come tutti sanno, però, gli Umpa-lumpa lavorano nella fabbrica del cioccolato di Willy Wonka. E lì, di cose singolari (a tratti inquietanti), ne succedono anche più che nella Miami di Dexter. Un po’ come nella metro A.

E infatti, il nostro silenzio dura ben poco. All’improvviso, una voce metallica dall’altoparlante della metro inizia a dare l’allarme: “Si pregano i signori passeggeri di fare attenzione ai propri effetti personali. A bordo dei vagoni potrebbero esserci dei borseggiatori”. E la voce non si limita a ripetere questa frase una volta o due. Va avanti fino all’infinito e oltre, va avanti talmente tanto che a un certo punto mi sembra quasi di essere arrivata ad Anagnina (in realtà, siamo ancora a Barberini).

Va avanti a un volume così alto che quasi non sento più i miei stessi pensieri. Va avanti in maniera talmente ossessiva che alla fine il mio Umpa-lumpa si decide a parlare. Lui. Parla. E dice: “Non vedo la ragione di continuare a ripetere questo annuncio. Gli unici a cui farebbe davvero comodo ascoltarlo sono i turisti, ma i turisti non parlano mica italiano. Dovrebbe essere un annuncio bilingue, a mio avviso”.

Meticoloso, surreale e un filo inquietante. In pratica, proprio come ve lo avevo presentato all’inizio. La consapevolezza della mia sincerità, ahimè, non mi consente di trovare una risposta adeguata. Quindi mi gioco il mio turno di “D’altra parte è così” e torno in silenzio a guardare nel vuoto.

Di nuovo, la quiete dura poco. A Repubblica entra un’orda di teenager, di quelli che si piazzano davanti alla porta e non fanno entrare più nessuno, costringendo coloro che rimangono sulla banchina a pensare che la metro sia stracolma tipo carro bestiame quando invece (come in questo caso) cinque metri più in là c’è spazio da vendere. Il loro assembramento crea attorno a noi un caos primordiale fatto di spintoni, scossoni e di un generale senso di rottura di coglioni.

Una di loro esterna ad alta voce (lei!) il proprio disagio: “Aho, a zì… se nun m’attacco a quarcosa prima de subbito, finisce che vado lunga a quattro de spade!”.
Alla pittoresca esclamazione, io sorrido senza neanche sprecarmi di cercare la complicità del mio Umpa-lumpa. E invece lui, forse abituato alla fauna che frequenta la fabbrica di cioccolato, mi prende alla sprovvista. E parla. Con lei.
(Questa non se la poteva aspettare neanche Willy Wonka in persona.)

“Ti puoi reggere a me, se vuoi”, le dice sorridendo.
“Grazie, zì”, risponde la ragazzetta.
“C’avevo pure pensato… ma ’o sai che c’è? Me pareva proprio brutto!”

Mannaggia. Lui voleva essere gentile, magari lanciare anche un tentativo di approccio; ci si era sforzato tanto, po’rello, e invece guarda questa come lo ha rimpallato. Perle ai porci, proprio. Dopo un simile due di picche, non ci sarà più nulla in grado di infrangere il nostro silenzio: ne sono sicura e non sono in grado di stabilire se mi dispiaccia o se mi conforti.

Per fortuna, Furio Camillo è ormai prossimo all’orizzonte, pronto a spazzar via i miei dilemmi.
(Badate bene: ho detto i miei dilemmi, non gli avvenimenti assurdi e senza senso.)
Saluto il giovane Dexter-lumpa, scendo e sono appena arrivata sulla scala mobile, quando sento un urlo. Ma non urlo così, tanto pe’ dì. Un urlo serio. Un urlo di quelli che si girano tutti.

Mi giro anche io verso la scala mobile che sale parallela alla mia e scorgo una signora che sta gesticolando come una pazza contro due ragazze.
“No! Io non mi sposto, capito? Io qua sto e qua resto, semmai dal cazzo ti ci levi tu, capito?”
(Una grande. Un mito. Seconda solo a Leo Gullotta in Nuovo cinema Paradiso quando grida: “La piazza è miaaa!”).

Mentre cerco di capire perché la signora si dovrebbe spostare e chi è il folle che ha deciso di mettersi a questionare con un caterpillar urbano di tali livelli, rimango folgorata. Avete presente quando vi dicevo che gli Umpa-lumpa sono quattro, tre femmine e un maschio? Ecco. Non so quante probabilità ci fossero, non so a quanto la dessero i bookmaker, ma la realtà è che la signora indemoniata sta litigando esattamente con due delle ragazze.

Mi tocca constatare in tempo reale che la Umpa-lumpa che assomiglia a un certo cagnolino (di cui non vi dirò la razza neanche sotto tortura) e quella che non parla mai con nessuno (neanche se le punti una pistola in mezzo agli occhi) abitano a Furio Camillo. E che palle!

C’è dire che il mio disappunto, in questo preciso momento, è totalmente irrilevante se messo a confronto con la lite sanguinaria che si è scatenata tra la signora e la Umpa-lumpa (naturalmente quella canide, perché l’altra rimane fedele al suo mutismo strutturale).

“Signora, ma scusi, è che lei che si trova dal lato sinistro. Se la gente vuole passare, deve spostarsi lei, non io. Io sto a destra, è qui che devo stare!”
Per quanto mi dolga ammetterlo, il ragionamento della mia giovine collega non fa una grinza.
La signora, però, non è del mio stesso avviso. “A bella, sai che cazzo me ne frega a me che tu stai a destra? La vedi ’sta borsa, bella?”
“Eh, occupa tutta la scala: la vedo, sì… stiamo discutendo apposta!”
E anche qui, devo convenire, l’affermazione a me pare ineccepibile.
Alla signora, però, no.
“Ah, la vedi, eh? Beh, calcola che ’sta borsa è casa mia! Hai capito? Casa mia!”
“Non lo metto in dubbio, signora. Ma se lei non la sposta, le persone come fanno a passare?”

Per la terza volta, sono d’accordo con lei. Eppure, mi viene da chiedermi: o la signora è Mary Poppins o questa storia che la borsa è casa sua ce la deve spiegare un po’ meglio.

“Io nun sposto proprio niente, bella! Proprio niente! Perché so’ du’ mesi che sto pe’ strada… non c’ho un letto pe’ dormì, ’na casa… un cazzo, c’ho! Dentro a ’sta borsa ce stanno le coperte, i vestiti, er fornello da campo… e io nun la sposto manco se viene giù er Padreterno. Hai capito?”

Si, ok. Ora ho capito. Spero che abbiano capito anche le Umpa-lumpa, ma non sono mica tanto sicura. La signora ormai sta urlando a livelli da stadio. La Umpa-lumpa canide, presa in contropiede, urla ancora di più. La Umpa-lumpa muta, come da copione, tace… e nessuna delle tre si accorge che il loro percorso sulla scala mobile sta volgendo al termine. Se ne accorge la borsa, invece: allo scontrarsi con la fine del rullo, sbatte da un lato e crolla rovinosamente al suolo, aprendosi e lasciando fuoriuscire tutto il contenuto precedentemente elencato dalla proprietaria.

Mentre io sono un filo sconvolta dalla vista di coperte, vestiti e fornello da campo, le mie protagoniste non si sono accorte di nulla e continuano a tirarsi addosso carrettate di vaffanculo!, stronza!, la borsa è casa mia! e compagnia cantando. Da un lato, vorrei ancora starle a sentire, se non altro per scoprire come andrà a finire l’alterco. Dall’altro, però, vorrei non dover ingaggiare una nuova, forzata conversazione con (ben due!) Umpa-lumpa.

Quindi, dato che anche io sono arrivata alla fine della scala mobile, tiro dritto verso casa. Mi concedo solo un attimo per immaginarmi nei panni della signora, a vivere per strada con tutta la mia vita in una borsa. Probabilmente chiederei l’elemosina… ma ci terrei a farlo con una sorta di dignità di fondo. Probabilmente mi vestirei da Willy Wonka ed esporrei ai passanti il seguente cartello: “vendesi paio di coglioni usati. sono rotti, ma ancora in buono stato. prezzo trattabile”.

Blog di: 
Giulia Soi
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