La banda dell’Appio Latino

La banda dell'Appio Latino

Come capita a tutti, se la metro non funziona mi tocca prendere l’autobus. Per la precisione, o il 628 o l’87, a seconda del posto di lavoro. 

E d’altronde, è questo che fa la Gente di Furio Camillo che va a lavorare con la Gente di Prati.

Pertanto, alle ore 18 di questo giorno allucinante e a tratti devastante, visto che – da internet, amici e parenti – arrivano notizie di guasti, incendi, attacchi di panico e navette tra Termini e Arco di Travertino, nel dubbio (e nel terrore) vado a prendere l’87.

La calca, la ressa e il traffico sono annichilenti. Non si muove una foglia, autobus compreso, e i minuti scorrono talmente lenti da sembrare ore.

Proprio quando le mie speranze di arrivare in palestra a un orario decente stanno per evaporare, però, la situazione pian piano sembra sbloccarsi e inizio a scorgere i bastioni di Porta San Giovanni (ma sono talmente fusa che per me adesso potrebbero essere pure quelli di Orione, vicino alle porte di Tannhauser).

Arrivati a Re di Roma, l’autobus procede ormai a passo più regolare, le persone che scendono sono molte di più di quelle che salgono, la percentuale di anidride carbonica nell’aria è diminuita e stiamo iniziando a pensare di interrompere la circolazione dei passeggeri a date di nascita alterne.

Una volta arrivati nel cuore dell’Appio Latino, la situazione si distende totalmente: la gente può sedersi, rilassarsi, buttare un occhio al cellulare e infine anche smettere di premere nervosamente quel pulsante di “fermata prenotata”, che fino a poco fa trillava impazzito, poiché tutti – intrappolati nella bolgia dantesca – temevano di perdere la propria chance di tagliare il traguardo.

Questo momento bucolico ha evidentemente coinvolto anche l’autista perché, all’altezza di via Baccarini, salta a piè pari una fermata e tira dritto.

Io me ne accorgo solo perché per andare in palestra devo scendere alla successiva, ma c’è qualcuno che rileva il dato con molta più veemenza di me. Ossia, con un’accoppiata verbale che collega un aggettivo di matrice suina all’elemento più alto della Santissima Trinità.

Mentre qualcuno si gira verso la sorgente dell’esclamazione iconoclasta e blasfema e qualcun altro ride fra i denti, l’autista chiede spiegazioni. Più o meno così: “E mo’ che te s’è sciolto a te?”.

Il diretto interessato è un signore piuttosto anziano, traballante nei movimenti, ma ben deciso nelle esternazioni orali: “Me s’è sciolto che era la fermata mia… Mortacci tua!”.

Premesso doverosamente che, a volte, insultare i cari estinti a Roma è considerato un premuroso segno d’affetto, io rimango piuttosto colpita dalla musicalità della sua frase. L’autista, invece, un po’ meno: “E io che ne so? Si nun sòni…”.

Il signore preme subito – a sfregio – l’apposito pulsante: “E mo’ che ho sònato… Canta!”.

L’immagine del Bufalo di Romanzo Criminale che entra e inizia a sparare a raffica contro l’autista, contro noi passeggeri e poi anche un po’ ’ndo cojo, cojo per tutta via Baccarini, attraversa la mia mente alla velocità della saetta. Poi, però, lascia il posto a quella (reale) dell’autista che ferma l’autobus in mezzo alla strada, spegne il motore e si avvicina a grandi passi verso il vecchietto, rimasto a gesticolare come un ossesso all’altezza della porta centrale.

“Ripeti quello che hai detto, si ci hai er coraggio…”
(Ripensandoci, l’idea del Bufalo non era poi così campata in aria.)
“Ce l’ho sì, er coraggio: tutti i giorni alla stessa cazzo de ora scenno qua pe’ anna’ a casa mia e te n’ te fermi? Ma che me stai a pijà pel culo?”

Questo, signori, è l’inizio di un meraviglioso dialogo a cui le mie parole non riuscirebbero a donare la veracità necessaria (più che altro, perché la decenza ha dei limiti che neppure io ho la facoltà di superare).

Il concetto di fondo, comunque, è che il signore non si pone il problema di come mai l’autista non poteva sapere qual è la sua fermata: semplicemente, non gliene frega un accidente. Lui voleva andare a casa, non ci sta andando e ora l’autista deve pagare. 

I due finiscono muso contro muso – come su un campo di calcio, come in un incontro di wrestling… o ancora meglio, come in un confronto tra il Bufalo e il Libanese – e iniziano a scambiarsi minacce da professionisti. Madri, padri, mogli, figli: coinvolgono praticamente tutto il cucuzzaro, al punto che un banalissimo “Avada Kedavra” risulterebbe naïf.

(E ci credo, quelli di Hogwarts – Serpeverde compresi – alla Magliana non sarebbero durati manco trenta secondi.)

Poi, sarà perché il signore è piuttosto avanti con gli anni e ci manca solo l’infarto fuori programma, sarà perché dietro di noi si è formata una coda chilometrica o sarà semplicemente perché ci siamo rotti le balle e vogliamo andare a casa, un ragazzo si alza e si frappone ai due contendenti.

Con la calma e il savoir faire di un delegato dell’Onu – lo so, ci voleva il commissario Scialoja qui… ma, amici miei, gli anni ’70 sono finiti da un pezzo – riesce da un lato a far ragionare l’autista e dall’altro a convincere il signore a scendere.

Naturalmente, l’autista non proferisce una parola di scuse e il signore rimane a inveire sul marciapiede invece che dirigersi verso quella casa che, solo poco prima, era così ansioso di raggiungere.

Nel dubbio che l’autista ci ripensi, scendo pure io: in fondo, la mia palestra è qui dietro l’angolo e preferisco andare a litigare con il mio allenatore, invece che rimanere qui a scoprire che in giro ci sono pure Er Freddo e Scrocchiazzeppi, va’.

Blog di: 
Giulia Soi
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