Il buio oltre il Mediterraneo

Il buio oltre il Mediterraneo

Dopo un pomeriggio di shopping, la mia amica Tania e io prendiamo la metro a Lepanto per tornare a casa. Troviamo posto, ci sediamo e iniziamo a chiacchierare.

Ma dura poco.
Qualcosa, anzi qualcuno cattura inevitabilmente la nostra attenzione e non la molla più.

In piedi accanto a noi si è piazzato un gruppetto formato da tre donne islamiche, due arabe e una italiana, più una rom con il tradizionale carrello della spesa pieno di cianfrusaglie e uno sguardo ingrugnito da manuale (è evidente che faccia parte del gruppetto, anche se non spiccica mezza parola).

Stanno parlando tra loro animatamente, e per animatamente intendo a volume cosi alto e con tono così stridulo che non ascoltare ciò che dicono sarebbe impossibile. E menomale, perché quello che stanno dicendo meriterebbe almeno un saggio di antropologia, se non di filosofia.

Da quello che Tania e io capiamo, le due donne più grandi sono marocchine originarie di Rabat. La più giovane, invece, è italiana originaria di Tor Bella Monaca. È sposata con il fratello minore delle altre due e parla di lui con gli occhi gonfi d’amore: sta ricordando quando lo ha sposato, quando per lui ha rinunciato al cristianesimo per convertirsi all’Islam, quando la suocera le ha donato il corredo tradizionale e quando ha iniziato a indossare il burka (o comunque si possa chiamare la versione più light e bancarella-made che indossa in questo momento).

Le cognate annuiscono alternando parole in italiano a parole in arabo, mentre la donna zingara pronuncia parole incomprensibili (…a me, ma si direbbe anche a loro. Ah ecco: ora capisco perché prima non parlava).

La ragazza parla di suo marito e di quanto lo ami: chiaramente non vede l’ora di lasciare tutto per trasferirsi in Marocco con lui e con tutto il resto della sua famiglia ed è sicura che sarà bellissimo vivere tutti sotto lo stesso tetto a Rabat (…chissà se la zingara farà parte della brigata anche là).

Ora, io lo so che probabilmente vi state chiedendo quando arriva il punto in cui l’aneddoto si fa esilarante.

Ebbene, questa volta non arriverà.

Al suo posto, arriverà tutta la mia incapacità di comprendere la situazione, insieme alla frustrazione che provo perché non riesco a interpretare le parole di questa ragazza, perché temo di essere una brutta persona e anche perché sospetto di far parte anche io del gregge di quelli che predicano bene e razzolano male.

Ok, vi confesso cosa sto pensando.

Questa ragazza, di evidenti umili origini, è gravemente obesa e i suoi lineamenti non sono delicati, non traggono giovamento dai suoi occhi azzurri e neanche dai suoi riccioli biondi. Da come si comporta, si direbbe a stento maggiorenne e non particolarmente istruita. La mia mente ci mette poco a riempirsi di domande a cui non sa rispondere.

Per esempio: questa ragazza si sta cacciando in un guaio di dimensioni abnormi per colpa della sua apparente ignoranza… o in realtà sta seguendo il suo cuore senza vincoli o preconcetti? Quando arriverà Rabat, conoscerà la fine dei suoi giorni in libertà… o l’inizio di una vita felice e contenta? Suo marito la sta circuendo per qualche motivo, secondo il famoso luogo comune per cui gli arabi trovano sempre il modo di approfittare di una bionda con gli occhi azzurri… o in realtà la ama veramente, perché è un uomo sensibile che sa andare al di là del suo mero aspetto fisico? E io mi pongo tutte queste domande perché mi preoccupo per lei o perché sono legata e dei pregiudizi che non so neanche di avere? Perché proteggo il simile o perché temo il diverso? E questa tristezza che mi ha avvolto all’improvviso, la provo nei suoi confronti o nei miei?

Non lo so… Ma quando Tania e io siamo scese a Furio Camillo, siamo andate a cena dal cinese e ci siamo portate dietro una consapevolezza e una domanda. La consapevolezza è che a volte, sotto la metro, invece di incazzarsi si finisce per imparare qualcosa. La domanda è: ma la zingara… che cazzo ci faceva con loro?!

Blog di: 
Giulia Soi
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