FBI operazione gato (mio)

Confermo un cliché, lo so, ma su un autobus che passa per piazza Vittorio, qui a Roma, è piuttosto facile incontrare cinesi.

Più insolito, invece, è trovarci un cinese con un gatto in braccio.

E non un gatto normale, ma un gatto agitatissimo, inferocito, pronto a graffiare e mordere chiunque (come testimoniano le mani del cinese, sanguinanti in più punti).

A bordo saremo quattro o cinque, sei se contiamo anche l’autista: quindi il Charlie Brown con gli occhi a mandorla, con in braccio uno Snoopy più isterico e felino, non passa inosservato.

Una signora di mezza età, ben vestita e con l’aria da rompicoglioni, lo scruta infastidita al di sopra degli occhiali. Sbuffa, scuote la testa, conta fino a dieci e poi attacca:

“Giovanotto! Giovanotto! Dove ha preso quel gatto? Eh, si può sapere?”
“Gato? Queto gato? Mio, gato! Pelché?”
“Perché secondo me questo gatto non è affatto suo…”

(Me lo sento, ora lo dice… Sta per dirlo.)

“Secondo me, lei quel gatto se lo vuole mangiare!”

(Ecco. Dicevamo dei cliché?)

Il cinese sbarra gli occhi con un sussulto.
“Mangia? No, io no mangia gato! Gato mio, gato!”

La signora, per niente convinta, continua con la sua personale inquisizione:
“Chiamo la protezione animali!”
“No, gato mio!”
“Molla il gatto, muso giallo!”
“No, gato mio!”
“Non vi basta rubarci il lavoro, ora anche i gatti?”
“No, gato mio!”
“Supercalifragilistichespiralidoso!”
“No, gato mio!”

A quel punto, proprio quando lo scambio rischia di perdere vitalità, interviene l’autista con l’inimitabile savoir faire della categoria, tra le mie preferite di tutta la scala sociale.

“Er gatto è tuo un par de cojoni!”

(Il cinese ci prova pure a ripetere per l’ennesima volta che “No, gato mio!”, ma l’autista non sente ragioni.)

“Mo lo vedemo si er gatto è tuo … Tu me dici ’ndo abbiti, io devio er percorso e te porto fino ar portone. Vabbè?”

(E poi ci lamentiamo che gli autobus non passano mai in orario… D’altronde, quando si tratta del bene superiore, che diritto abbiamo noi cittadini di lamentarci?)

Messo alle strette, il cinese spiega dove abita: purtroppo per lui, però, tra l’italiano stentato, le indicazioni confuse e le urla del gatto, nessuno sembra propenso a credergli.

A cominciare dall’autista che, forse per aver visto troppi telefilm polizieschi americani, decide di costringerlo a sputare il rospo con un serrato interrogatorio che manco True detective (stagione 1 o 2… Io sceglierei la 2, ma non voglio rischiare di apparire impopolare).

La tensione sale e i toni si accendono, ma a quel punto accade qualcosa a cui neanche Matthew McConaughey, Woody Harrelson e Colin Farrell insieme avrebbero saputo far fronte: il gatto si divincola dalla morsa orientale e scappa. Inizia a correre come un matto per tutto l’autobus – per fortuna ancora quasi vuoto – si arrampica, fa la lap dance sui pali, cerca invano di uscire dai finestrini e alla fine si va a nascondere sotto ai pedali dell’autobus.

(Mica scemo, il felino… D’altronde, al suo posto io avrei fatto lo stesso.)

Il cinese appare sull’orlo di una crisi di nervi: continua a ripetere meccanicamente che “Mio, gato! Mio!”, mentre la signora cerca ancora di reperire il numero della protezione animali e l’autista l’indirizzo del presunto mangiatore di felini.

Saremmo a uno stallo alla messicana da manuale, se non fosse che, visto che ormai il nostro autobus è fermo da un po’ (l’autista ci ha proprio preso gusto a giocare a Rust Cohle, Ray Velcoro & Friends live) si è avvicinata una pattuglia della municipale.

Appena se ne accorge, il cinese sbianca (per quanto il suo colorito gli consenta geneticamente), trova un varco tra l’autista e la signora e si fionda a recuperare il gatto. L’autista lo insegue, lo blocca e lo conduce a più miti consigli:

“Andiamo casa mia! Andiamo casa mia!”
“Ah, mo che hai visto i vigili vuoi annà a casa, eh? Vecchio paraculo… E daje che te ce porto!”

Per un istante penso che stia scherzando, ma faccio presto a ricredermi.

“Signori, si scende! La corsa è finita!”

Che determinazione, che piglio, che risolutezza! Davanti a una pattuglia della municipale, quest’uomo sta interrompendo il servizio pubblico per salvare la vita di un gatto… Secondo me una scena così non ha avuto luogo prima d’ora né a Roma né in Louisiana né nella contea di Vinci, California. Eppure, io e gli altri quattro privilegiati con cui ho avuto l’onore di assistere a questo atto unico metropolitano, dobbiamo abbandonare la vettura e capire come cavolo andare per dove dobbiamo andare (cit.).

L’autobus chiude le porte e si addentra nel cuore di Chinatown con a bordo una vecchia rompicoglioni, un autista dell’FBI, un cinese poco presente a sé stesso e un gatto che spera segretamente di non finire alla piastra, in mezzo a riso, verdure e gamberi.

Io, invece, rimango sul marciapiede a guardarli in silenzio, mentre da un lato mi chiedo se con un borseggiatore sarebbero stati così implacabili e dall’altro penso a che fine farà quel povero gatto, una volta scampato alla tavola imbandita (se davvero quello è il suo destino).

Mi candiderei pure come sua futura padrona ma, ahimé, ho sposato un asmatico… Quindi vado a cercare un altro mezzo che mi porti verso a casa o, più probabilmente vista l’ora, verso la mia prossima avventura.

Blog di: 
Giulia Soi
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