5 momenti di criminalità in metropolitana

5 momenti di criminalità in metropolitana

Ovvero: quando mio zio prende i mezzi, finisce sempre male. È un po’ come Mio cugino di Elio e le storie tese, però al contrario.

1) 1975 – Er Dandi

Il 64 è un autobus che collega Termini alla stazione San Pietro e, com’è noto, non è mai stato esattamente il posto più raccomandabile del mondo. Meno che mai nei temibili anni ’70 a Roma.

Mio zio, che lo sapeva benissimo, non si è sentito affatto tranquillo quando dalla porta posteriore ha visto entrare un tipo tamarro che si è piazzato con le gambe larghe e le mani ai fianchi al centro della vettura.

Dei dieci passeggeri a bordo, nessuno ha osato fare un fiato quando hanno visto spuntare dalla cintura dei suoi pantaloni una pistola. Mio zio sostiene di essersi anche chiesto se per caso l’arma fosse finta, ma poi il tipo tamarro ha mosso un paio di passi in avanti e indietro, ha puntato il dito indice contro un paio dei presenti e poi ha detto: “…E mo’ provàtece a fa’ quarcosa”.

Mio zio, nel dubbio, è sceso dall’autobus.
D’altronde, si sa come sono stati gli anni ’70 a Roma.

 

2) 1985 – Er Libanese

Una sera, mio zio è andato a cena fuori. E ce lo ricordiamo bene come si vestiva la gente negli anni ’80, quando si andava a divertire: giacche enormi, cravatte sgargianti, anelli vistosi anche per gli uomini.

Così conciato, zio è salito sull’ultima metro a Repubblica per tornare a casa e ha scelto – vai a capire perché – di sedersi in uno degli ultimi posti in fondo. Alla fermata successiva, cioè Termini, sono saliti i primi passeggeri di quel vagone, fino a quel momento deserto: cinque immensi, minacciosi individui nordafricani che sono andati tutti a sedersi accanto a lui, fino a circondarlo.

Quello che sembrava il capo ha iniziato a guardare l’anello d’oro con il sigillo di famiglia che zio indossava e poi ha iniziato a parlare in maniera sospetta con i suoi compari. Ovviamente, in africano.

Per fortuna, a Vittorio Emanuele l’ingresso di altri passeggeri ha interrotto l’organizzazione strategica del quintetto. Sennò, addio anello… e forse anche addio dito di zio.

 

3) 1995 – Scrocchiazzeppi

Anni ’90: tempo di maglioni larghi, pantaloni a vita bassa e borse sciallate.

Mio zio ha preso la metro a Ponte Lungo per andare in ufficio e si è trovato subito schiacciato dalla solita mandria di lavoratori assonnati al limite dello stordimento. Ha trovato spazio accanto a una signora con una borsa dalla tracolla chilometrica e a un omino dall’aria poco raccomandabile.

Nonostante il caos primordiale delle 8 del mattino, mio zio ha visto nettamente l’omino sospetto trafficare per aprire la borsa della signora e poi infilarci le mani dentro.

Preso da un raptus alla Dredd, zio ha guardato il tipo negli occhi.
“Fèrmate” gli ha detto, “che nun è er caso”.
E quello: “Ma che davero?”.

Mio zio si è limitato a scuotere la testa con fare paternalistico e quello ha stabilito che fosse meglio tagliare la corda alla fermata successiva.

Solo a San Giovanni, la signora si è accorta di quello che era successo.
Pare che abbia iniziato a urlare come un’indemoniata. Chissà perché, poi.

 

4) 2005 – Er Freddo

Di ritorno dal lavoro, mio zio è riuscito a salire in extremis su un autobus già bello pieno. In mezzo alla folla fuori dall’ordinario, è riuscito a ritagliarsi uno spazietto dove poter rimanere in piedi e – di tanto in tanto – respirare.

A un certo punto l’autobus ha frenato bruscamente e altrettanto bruscamente è ripartito: per inerzia, un uomo lì accanto è crollato addosso a mio zio.

Grazie al ciufolo – ha pensato lui – per leggere il giornale non si stava reggendo da nessuna parte!

L’interpretazione iniziale della scena, però, era sbagliata: alla seconda frenata, infatti, proprio mentre il tipo è crollato di nuovo nello stesso identico modo, zio ne ha percepito le mani in zone poco consone. Vicino al suo cellulare, tipo.

Prevedendo una terza frenata, zio ha elaborato velocemente un piano per difendersi nel modo opportuno dal ladruncolo improvvisato.

L’autobus ha frenato di nuovo, zio ha fatto un passo indietro e il tipo è andato a sbattere contro la macchinetta obliteratrice.
Slam dunk!

 

5) 2015 – Er Bufalo

In pausa pranzo, mio zio ha deciso di fare una passeggiata lungo via Nazionale. Passando per il piazzale della stazione Termini, ha notato un tipo strambo aggirarsi nei pressi dei secchioni della spazzatura.

Per quell’istinto di sopravvivenza insito in ogni cittadino dell’Urbe – che in situazioni come queste porta sistematicamente ognuno di noi a farsi i cazzi propri – zio ha deciso di defilarsi.

Non troppo, però, perché anche la curiosità di sapere come vanno a finire le scene assurde è insita inconsciamente in ogni cittadino dell’Urbe.

“Ma tu che cosa stai facendo?”, ha tuonato un ben piazzato signore di passaggio.
Il tipo strambo lo ha guardato con aria indecifrabile per un lungo istante.
“Ma tu perché non ti fai i cazzi tuoi?”
“Non ci penso proprio. Anzi, sai che ti dico? Ora chiamiamo i carabinieri!”
“Sì, sì… Come no! Ma chiama ’sto cazzo che te se frega!”

Mio zio ha visto l’energumeno procedere senza neanche passare dal via: ha preso il lestofante per le braccia e lo ha frullato contro il muro. Lo ha tenuto qualche istante per il collo, sospeso a dieci centimetri da terra come nei film, mentre la vittima sacrificale urlava (come poteva) cose del tipo: “Lasciami!” o “Maledetto!” per finire con “Io ti uccido!”.

Dopo quest’ultimo anatema, l’energumeno ha deciso che aveva sentito abbastanza: ha lasciato che lo strambo provocatore cadesse rovinosamente al suolo, poi ha girato sui tacchi e se n’è andato.

Zio lo ha solo sentito mormorare: “È mo’ magna, a papà”.

Blog di: 
Giulia Soi
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