The Renevant

Una cosa è certa: se Di Caprio non vince questa volta l'Oscar, non terrà mai tra le mani l'ambita statuetta. La sua interpretazione, accompagnata dalla sapiente regia di Iñárritu è qualcosa di spettacolare. Un silenzio irreale in una sala -pure strapiena- e gente che stringe il bracciolo della poltrona nei momenti più cruenti è solo un sintomo dello squarcio che la pellicola è capace di infliggere all'anima dello spettatore. 
Il film è ambizioso, la fotografia eccellente, i luoghi aspri e duri, ma anche puri. Come il contrasto: tra un popolo autoctono, feroce perché violentato e saccheggiato e un'orda di truppe capaci di tante bassezze pur di accaparrarsi pelli di orso in un west sconfinato. In un Missouri la cui natura è insieme paradiso e inferno, un uomo riesce a sopravvivere a se stesso pur di vendicare la morte del figlio. 
Ci sono momenti metafisici nei quali il protagonista, vicino alla morte, si eleva in uno spazio metafisico che lo aiuta a non lasciarsi andare. Questa è - forse - l'unica nota interpretabile del film. Ci sono molti richiami a elementi ritenuti sacri dai nativi americani, quali la neve, il vento, l'orso, come pure il segno inciso sulla borraccia che il protagonista porta con sé. Molte le interpretazioni: l'orso è un animale sacro che conferisce forza, la neve è presagio di morte e il vento porta spesso messaggi inconsci che sembrano provenire da altre dimensioni. C'è anche molta autobiografia nel film. Il regista, Iñárritu, è infatti nato ricco in Messico, salvo poi diventare povero, imbarcarsi come mozzo su una nave e fare fortuna in America, prima come speaker in radio e poi come produttore e regista. Suoi sono Babel, 21 grammi e Biutiful. Per chi crede: che la vendetta sia nelle mani di Dio. Ciliegina sulla torta: a fare da colonna sonora a un film eccellente le musiche di Sakamoto. 
Da vedere, per chi non si impressiona.
 

Blog di: 
Alessia Chinellato
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