La teoria del tutto

Il leitmotiv che emerge dal film "La teoria del tutto" e': normalità. Quella che il protagonista cerca di infondere durante la sua vita travagliata e piena di ostacoli. Nonostante le scene, a tratti strazianti, di Stephen Hawking, personaggio reale e ancora in vita.
La pellicola scorre tutta attraverso gli occhi della ex moglie del noto fisico britannico e infatti e' tratta dalla sua biografia, Travelling to Infinity. Tutte le conquiste raggiunte dal professore di Cambridge sembrano avverarsi in gran parte attraverso la dedizione totale di una compagna di vita determinata a rimanere accanto allo sfortunato Stephen, che scopre giovanissimo di soffrire di atrofia muscolare progressiva, una malattia causa di una lenta degenerazione fisica irreversibile. 
Sembra questa l'unica forzatura del film: la possibilità di sopravvivere solo appoggiandosi a qualcun altro. Perché l'amore, anche un grande amore, ha sempre un inizio e una fine se, come si comprende a metà pellicola, la moglie devota finisce per innamorarsi di un altro. Anche lo scienziato pluripremiato, autore di libri famosissimi e ancora attivo, pare preferire alla moglie una logopedista in grado di insegnargli nuovi metodi di comunicazione, una volta perso l'uso della parola. 
Tutto gira intorno al concetto di tempo, al tentativo di elaborare una formula matematica capace di spiegare la nascita e la morte dell'universo. 
Il protagonista, il semi sconosciuto Eddie Redmayne, recita in maniera magistrale e merita ampiamente la candidatura all'oscar. I suoi occhi sono pieni di sciagura, ma anche di speranza. Quella di un angelo moribondo prigioniero in un corpo minorato, capace di inventare teorie rivoluzionarie. Allo spettatore resta l'amaro in bocca per l'incapacità personale di accontentarsi e di saper vivere nel "qui e ora". Per le paure  vissute quotidianamente, per le giornate trascorse come un quieto calvario. Si esce vuoti, ma centrati sul presente.
 

Blog di: 
Alessia Chinellato
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