Alaska, film da vedere

L’amore – citando Bauman e A. - non dura. Iniziare senza, però, è impossibile. Sfumature di colore: quelle che pervadono il sequenziamento d’immagini che costituiscono Alaska. Pieno di fama, amore, attesa. Soprattutto speranza: è questo il leitmotiv del film. Che spazia tra un avvitarsi di sconfitte inattese a successi imprevedibili, in un'alternanza di gloria e polvere, di risa e pianto. La vita, però, senza amore, non è. Anche il più vermiglio dei colori, la festa più glamour, scolora e sparisce, senza amore. L'amore illumina il carcere, un dimenticatoio di anime ossute, dove il protagonista è costretto a vivere per due anni. Stessa sorte, a fine pellicola, per la protagonista. Entrambi vittima dello stesso destino. La vita riprende il suo passo svelto quando l'amore tutta la pervade, all'uscita. Ed è tutta chiusa in un bilocale disordinato, dove i toni accesi -blu e verdi- fanno da paravento agli amplessi sinceri degli interpreti.  Una Milano godereccia, dopo i tetti accoglienti di una Parigi quasi lunare. I lividi dell'anima: quelli sono una costante. Nell'arte delle distinzioni, nel bene e nel male, pur accompagnandosi con altre persone, i due amanti sembrano legati da un doppio filo, senza soluzione di continuità. Il film – molto francese per la sua lentezza- piace, perché supera la distinzione binaria degli zero e delle emozioni: in un tutto liquido e -a tratti- marcescente, in cui nulla è naive, i due respirano ognuno gli effluvi dell'altro. Affamati di nuova vita, trovano sempre una soluzione, purché insieme. Un contraltare barocco, che spinge a credere ancora nell’amore. Tanti di noi, purtroppo, hanno smesso di farlo. Bravissimo Elio Germano, che convince, più e meglio che in Suburra:  quando grida "ti amo "da dietro un vetro, scatena un vero brivido. Da vedere.

Blog di: 
Alessia Chinellato
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