Il distanziamento sociale ammazza i locali dei "live"

  • Maurizio Baruffaldi

L’arrivo del mostriciattolo reale ha preso il musicista e lo ha messo in castigo. Le dirette social con il contatore dei presenti o il rilancio video del pezzo ben confezionato sono stati espedienti per mantenersi, e dichiararsi, vivi. Non potendo suonare dal vivo. Parlo di loro perchè sono la categoria verso la quale sento più affinità, e vanto più amicizie. Ho bisogno di circondarmi di note; sento suonare le sillabe. 
L’immediato futuro non sembra però promettere svolte. Il distanziamento sociale è formula legittima del contenimento, ma anche quella che svuota i locali dove si offre musica live. Luoghi che a fatica, ogni data, cercano di portare un pubblico sufficiente, un numero che scaldi, e legittimi, un concerto. Luoghi che ospitano dal piuttosto famoso al mai sentito nominare. Invece molti salutano esausti, dimessi, malinconicamente. Mi toccano da vicinissimo la chiusura del Serraglio e del Circolo Ohibò a Milano, dove da anni potevi andare a prenderti la tua dose di sane vibrazioni. Ho visto in questi due spazi concerti da tutto esaurito, così come quelli di amici che avevano racimolato una quantità da distanziamento sociale. Questi ultimi, i più belli.
Ma l’elenco di chi sta tentando di rimanere a galla con raccolte fondi è lungo. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Eppure è scoppiata l’estate. Chi ha riaperto, poi, non sa come muoversi. Perché in uno spazio da quaranta persone ne puoi infilare massimo quindici. E quell’andirivieni dal bancone della mescita è castrato dall’obbligo di tenere le chiappe incollate alla sedia. Alla grande massa di persone che lo ritiene un problema minuscolo, ricordo che la loro memoria è piena di musica e canzoni. Che sono queste a tenerla in piedi. Anche i più sordi sanno che il loro artista preferito ha cominciato attaccando un piccolo ampli davanti a quattro amici. E dove hanno potuto farlo, è spazio che andrebbe protetto. Come una placenta. 

MAURIZIO BARUFFALDI

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