Il mistero resiste nella danza dei Cromlech

  • Maurizio Zuccari

A vederlo naso all’insù, il cerchio di pietre chiamato un tempo “la danza dei giganti”, piglia un senso di vertigine e mistero. Stonehenge, nel mezzo del niente e della piana di Salisbury, il più imponente tempio neolitico giunto a noi, è uno dei grandi misteri che da sempre suscitano più interrogativi che risposte. Già Goffredo di Monmouth, vescovo e storico, autore della saga di re Artù, nel XII secolo tagliò corto dicendo che le pietre furono portate dall’Irlanda ed erette in loco “non con la forza, ma con l’arte di Merlino”. Secoli dopo, legioni d’archeologi, studiosi e chi più ne pensa e ne dice ancora si scervellano sui pietroni di Stonehenge. Ormai acclarato che le lastre d’arenaria azzurra non sono venute in volo dai cieli d’Irlanda ma dai monti Prescelly, in Galles, resta il fatto che dozzine di blocchi di sarsen da 5 a 50 tonnellate l’uno sono stati trascinati per mare e per terra per centinaia di chilometri, prima d’essere smazzolati e alzati sul posto. Allineati su un terreno in pendenza a doppio cerchio, su una piattaforma circolare di 98 metri, alta due, circondata da un fossato. 
Pali e monoliti, nel cerchio, calcolavano le posizioni degli astri. Un viale d’accesso, delimitato da altre pietre, collegava l’area sacra all’Avon, che scorre placido un paio di chilometri a sud. 
Niente male per una società dell’età della pietra che si sostentava di poco. Quattro fasi si distinguono nel sito, dal terzo millennio avanti Cristo agli albori dell’età del bronzo. 
Poi il complesso decadde, gran parte dei pietroni vennero rovesciati, nessuno più ricordò o capì a cosa servisse quella “danza dei giganti”. Un tempio e un osservatorio astronomico, è certo. Non l’unico, visto che nell’area sono una ventina i siti scoperti. 
L’ultimo a fine giugno, a Durrington Walls, a pochi chilometri, ha fatto parlare di succursale di Stonehenge. Tra Gran Bretagna, Irlanda e isole minori sono un migliaio i Cromlech, o cerchi di pietre, individuati. Resti del mistero d’una danza antica.

MAURIZIO ZUCCARI

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