Il giornale e la vite di Archimede

  • Stefano Pacifici

“Vedi, ragazzi’, il giornale è una poesia ermetica. Breve, essenziale, senza virgole e senza punti, che ti parte da dentro. Due parole e, dopo un po’, sbuff, scompare. Svanisce. Come i sogni dell’alba. Tu puoi mettere in campo diecimila idee e diecimila pagine, alla mattina. Ma poi la notte, quando vai a chiudere la prima, in mano non t’è rimasto niente”. La tiritera del vecchio cronista mi è sempre rimasta in testa. E dopo qualche decennio di pratica l’ho fatta del tutto mia. Fare un quotidiano significa fare l’ostetrica senza mai incrociare lo sguardo col neonato che sbuca fuori. Ogni santa notte che il cielo manda in terra, lo spedisci in tipografia, ma per te, anche se non è nato, ha già la barba bianchetta. E’ subito vecchio. E già pensi al fratellino, da mettere in cantiere il giorno dopo. Una girandola come le spirali infinite, una vite di Archimede, dove c’è sempre un inizio ma mai una fine, sempre un parto ma mai una morte. E alla fine il senso di quel vecchio cronista era proprio questo: sono tutti figli nati, quelli che hai mandato in rotativa, e anche se te li sei scordati subito per forza di cose e di tempi, non li dimenticherai mai. L’essenziale, appunto, la poesia ermetica.

Quel 2000 in Cina era l’anno del dragone, il segno del potere nel senso più letterale: i draghi fanno le cose in grande, non si fermano di fronte a niente, ottengono grandi risultati. E forse qualche dentino di quel dragone cinese ce l’abbiamo anche noi, se dopo vent’anni ininterrotti e dopo aver aperto un filone, quello free press, siamo ancora qui a raccontarci. Passati attraverso innumerevoli metamorfosi di forme, sostanze, colori, filetti, fondini, caratteri e corpi, corpi tipografici fatti quasi di carne. Tutti mutamenti in fondo comunque legati da un filo rosso continuo, quello della vocazione all’informazione. All’indipendenza. Alla verità. Che magari, in tasca, quella “vera vera” non ce l’hai, ma cerchi lo stesso di avvicinartici, con onestà intellettuale, il più possibile.

Però. Però se uno si ferma al buio a pensare un attimo, in quella irrefrenabile giostra che è diventata oggi la nostra storia quotidiana, si rende conto da che mondo siamo partiti e in che mondo nuotiamo adesso. Forse l’unico che da allora è rimasto sempre lì, al suo posto, è Assad il siriano, che in quel luglio 2000 raccoglieva il testimone del padre Hafez appena morto (anche lui dopo una sciabolata di potere di una trentina d’anni) e si installava  sulla poltrona da leader che ancora oggi occupa. Forse a farlo secco sarà solo Putin, anche lui già da allora sulla scena, e candidato a restarci, se vuole, fino al 2036. Per il resto,  il ricircolo della storia ci consegna  paradossi: la stampa (proprio in quel luglio lì, il 28) dell’ultima carta da cinquemila della vecchia lira, in attesa di fare le prime esperienze coi nuovi bronzini che oggi (vent’anni dopo) c’è chi rimette in discussione. Era la stagione d’oro degli sms, oggi relegati nei bauli polverosi delle telenovele informatiche. Oggi è tutto videolizzato, tiktokizzato. E anzi, neanche dei video si può più star sicuri, che il deepfake ci sta facendo prendere coscienza che forse ormai qui è tutto un fake, e già da quando la mattina ci guardiamo allo specchio qualche dubbio ci viene. Pure su noi stessi.

E la stampa, la stampa, bellezza? In questi vent’anni ne sono successe di ogni. Certo, non siamo partiti ai tempi dei flash al magnesio montati sulla SpeedGraphic di Weegee. E gli strumenti nuovi stavano già seminando, in quell’anno domini 2000, ciò che oggi è diventato adulto, capovolgendo le dinamiche della notizia, l’uso, l’abuso e la circolazione. Le bufale. Basta sfogliare qualcuna delle pagine di allora (eppure era già il millennio col 2 davanti, mica il pleistocene…) per entrare in una dimensione lontana, un altro mondo di rapporti con il lettore. Per noi, quel mondo era rapido e fatto di notizie brevi, di un quadro complessivo di ciò che si era mosso nel mondo in poche battute da consumare velocemente. Oggi il mondo non è più un rapido. E’ un hyperloop che non riusciamo neanche a veder sfrecciare.

Per questo, oggi, dopo vent’anni, in mezzo a questo turbinio serve calma. Controllare. Capire. Lo abbiamo fatto sempre, in questi vent’anni. Siamo stati tanto, in questi vent’anni. I nostri primi. Tanto saremo ancora. E stavolta questo numero, il vecchio cronista ermetico mi perdoni, lo aspetterò uscire dalla rotativa.

STEFANO PACIFICI

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