Potremo salvarci col senso di responsabilità

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INTERVISTA Il Ponte Morandi è  appena crollato. Affacciato alla finestra della cucina, il sessantaquattrenne Gabriele Maestrale osserva la voragine che si spalanca ai piedi del suo condominio. Un romanzo, “Le cose da salvare” di Ilaria Rossetti (Neri Pozza, p. 208, euro 17), su uomo che decide di non lasciare la sua casa dopo il crollo del ponte che riecheggia le tragiche vicende di questi giorni di coronavirus.

Che cosa significa per una persona restare in casa in questo momento?
Significa dover ripensare al concetto di libertà e anche a quello di casa: Gabriele Maestrale, il mio protagonista, pur avendo il nome di un vento, sceglie di restare fermo. A noi è stato imposto: l’ordinario diventa straordinario, la vicinanza di persone quotidiane è improvvisamente sospesa. Significa doverci riflettere, e non dimenticare mai questo perimetro emotivo che stiamo vivendo.

In circostanze drammatiche, quali sono le cose importanti da salvare?
Il senso di comunità, al di là dell’isolamento forzato. Il senso di responsabilità, verso noi stessi e gli altri. La geografia relativa del pericolo e la relatività di concetti come lontananza e vicinanza: è accaduto qualcosa che credevamo appartenesse all’altrove.

Lei abita nella zona di Lodi in piena epidemia da coronavirus. Cosa ha vissuto sulla propria pelle?
Ci siamo trovati spiazzati, con questa malattia che ha portato via genitori e nonni. Qui ci conosciamo tutti, è un dolore continuo con famiglie separate dalla quarantena che non possono neanche condividere il lutto. Lodi, provatissima, ha dato anche prova di grande generosità: cioccolatini e biglietti anonimi per chi è recluso in casa, librerie che consegnano libri a domicilio, negozi che chiudono per tutelare la cittadinanza, un ospedale e un personale sanitario che da settimane combatte senza arretrare di un millimetro.

Una ricetta per la salvezza?
Il rispetto delle regole, la calma, la natura, i libri, i film. La salvezza non possiede dimensioni epiche, ma minute e quotidiane. Sta in una tasca, come un amuleto di cui, per lungo tempo, travolti da chiasso inutile, ci eravamo dimenticati.

ANTONELLA FIORI